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Non sopportiamo più i politici di Milano

Campagna di controinformazione anche contro la candidatura del leghista rosa Penati a cura di www.ecumenici.eu

Non li sopportiamo più !

 

Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali

 

Milano, 30 gennaio 2010. A Milano, in zona Giambellino, si è verificata nella giornata di ieri una serie di azioni poliziesche contro famiglie Rom romene, che sono state sgomberate dalle loro baracche di legno e cartone, denunciate per occupazione di terreno – pubblico o privato – e costrette ad allontanarsi senza una meta né mezzi di sopravvivenza.

Alcune delle famiglie sgomberate si trovano a Milano da alcuni anni e si sono rifugiate nel capoluogo lombardo per sfuggire condizioni di emarginazione, violenza e precarietà in Romania. Le baracche da cui la forza pubblica le ha costrette ad allontanarsi erano state costruite in luoghi fuori mano, quale minima forma di protezione dagli effetti del gelo e dal rischio di aggressioni razziste, avvenute con notevole frequenza al Giambellino.

Una settimana prima delle azioni di pubblica sicurezza anti-Rom, alcuni intolleranti avevano scritto parole razziste, con bombolette spray, nei pressi degli insediamenti al Giambellino. Contemporaneamente, avevano appeso locandine minacciose, su cui campeggiava sinistra e offensiva l’intimazione: “Zingari di merda, via dalla Padania!”. Tre giorni prima dello sgombero, il giovane Angel, 21 anni, era stato fermato mentre chiedeva l’elemosina da due uomini in divisa, condotto in un luogo appartato – a ridosso dei binari ferroviari presso la stazione San Cristoforo – e percosso.

Le famiglie evacuate, composte da molti bambini, donne e malati, si sono fermate più volte all’interno di giardini pubblici o su panchine, ma pattuglie di pubblica sicurezza con l’incarico di allontanare i Rom dal Giambelino le hanno sempre indotte a rimettersi in marcia, senza “bivaccare” in alcun luogo. Dopo alcune ore gli attivisti per i Diritti Umani hanno perso le tracce di numerose famiglie, mentre hanno offerto assistenza a malati e bambini che si sono sentiti male a causa della bassa temperatura, organizzando il trasferimento in Romania e in Francia per le famiglie che in quegli Stati potevano contare sull’aiuto, almeno temporaneo, di parenti o amici. 

La situazione, tuttavia, restava tragica per decine di sgomberati, cui le Istituzioni e le autorità non hanno offerto alcuna assistenza sociale né possibilità di riparo contro i rigori invernali. Alcuni cittadini milanesi, vedendo le famiglie costrette a una drammatica marcia verso il nulla, le apostrofavano con epiteti razzisti.  Altri, più tolleranti, chiedevano agli attivisti: “Adesso dove andranno, con il freddo che fa? Possibile che il comune non abbia previsto un aiuto o un posto caldo dove accoglierli, in attesa di trovare una soluzione umanitaria?”.

Purtroppo, a causa di una stretta censura attuata dai media, gli italiani non si rendono conto di quello che accade alle famiglie Rom sgomberate. Le operazioni, che negli ultimi anni hanno colpito in Italia decine di migliaia di Rom, seguono sempre la stessa disumana procedura e in genere avvengono alle prime luci dell’alba, quando la gente dorme, proprio per evitare che testimoni assistano (magari documentandolo) al tragico spettacolo degli sgomberi.

Da alcuni anni il Gruppo EveryOne informa le principali Istituzioni europee (Parlamento europeo, Consiglio d’Europa, Corte europea dei Diritti Umani) e l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani sugli innumerevoli abusi che le autorità italiane commettono contro famiglie Rom, famiglie le cui uniche colpa sono la povertà e l’appartenenza a un’etnia discriminata. Sono abusi continui e gravi, che avvengono quotidianamente nelle strade, nei campi “regolari” o “abusivi”, sui media, nelle corti di giustizia, nelle carceri.

Abusi che hanno trasformato i Rom nel “nemico pubblico numero uno” e che si susseguono al ritmo martellante e spietato di una vera persecuzione etnica. Ci si chiede se il silenzio dell’Unione europea e del mondo non sia colpevole come le violazioni dei diritti del popolo Rom e la memoria torna agli anni delle Leggi Razziali, quando in troppi erano convinti che le responsabilità delle azioni istituzionali contro ebrei, Rom, omosessuali, testimoni di Geova, stranieri e minoranze sgradite ai nazisti fossero completamente a carico della Germania.

Ci auguriamo che la Storia illumini le coscienze di chi ha l’autorità per vigilare sulla democrazia e sulla civiltà dei Diritti Umani. Altrimenti, mentre i nostri fratelli Rom soffrono e muoiono nell’indifferenza, la “nuova civiltà” cui ci vantiamo di appartenere e che rinnega gli anni dell’odio, affonderà lentamente – ancora una volta – nel fango della disumanità e della vergogna.

Nelle foto di Steed Gamero: una mamma con il suo piccolo, rimasti in mezzo alla strada dopo l’azione poliziesca; Dario Picciau e Roberto Malini del Gruppo EveryOne con due Rom romeni sgomberati ieri; una scritta razzista al Giambellino

Saturday, January 30, 2010, del Gruppo EveryOne

Milano, i Rom e il ritorno alle Leggi Razziali

Per ulteriori informazioni:
Gruppo EveryOne
+ 39 3313585406 :: +39 3408135204 :: +39 334 3449180
www.everyonegroup.com :: info@everyonegroup.com

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Se questo è un uomo…

Fatela girare, dopo averla letta, questa vergogna: tutta italiana.
Doriana Goracci

 
Si erano fermati fuori del paese, vicino Verona, solo per mangiare. Sono stati picchiati, sequestrati e torturati dai carabinieri per ore. La loro testimonianza
Venerdì 5 settembre 2008, ore 12. Tre famiglie parcheggiano le roulotte nel piazzale delle giostre a Bussolengo [Verona]. Le famiglie sono formate da Angelo e Sonia Campos con i loro cinque figli [quattro minorenni], dal figlio maggiorenne della coppia con la moglie e altri due minori, infine dal cognato Cristian Udorich con la sua compagna e i loro tre bambini. Tra le roulotte parcheggiate c’è già quella di Denis Rossetto, un loro amico. Sono tutti cittadini italiani di origine rom.
Quello che accade dopo lo racconta Cristian, che ha trentotto anni ed è nato a San Giovanni Valdarno [Arezzo]. Cristian vive a Busto Arsizio [Varese] ed è un predicatore evangelista tra le comunità rom e sinte della Lombardia. Abbiamo parlato al telefono con lui grazie all’aiuto di Sergio Suffer dell’associazione Nevo Gipen [Nuova vita] di Brescia, che aderisce alla rete nazionale «Federazione rom e sinti insieme».
«Stavamo preparando il pranzo, ed è arrivata una pattuglia di vigili urbani – racconta Cristian – per dirci di sgomberare entro un paio di ore. Abbiamo risposto che avremmo mangiato e che saremmo subito ripartiti. Dopo alcuni minuti arrivano due carabinieri. Ci dicono di sgomberare subito. Mio cognato chiede se quella era una minaccia. Poi cominciano a picchiarci, minorenni compresi».
La voce si incrina per l’emozione: «Hanno subito tentato di ammanettare Angelo – prosegue Cristian – Mia sorella, sconvolta, ha cominciato a chiedere aiuto urlando ‘non abbiamo fatto nulla’. Il carabiniere più basso ha cominciato allora a picchiare in testa mia sorella con pugni e calci fino a farla sanguinare. I bambini si sono messi a piangere. È intervenuto per difenderci anche Denis. ‘Stai zitta puttana’, ha urlato più volte uno dei carabinieri a mia figlia di nove anni. E mentre dicevano a me di farla stare zitta ‘altrimenti l’ammazziamo di botte’ mi hanno riempito di calci. A Marco, il figlio di nove anni di mia sorella, hanno spezzato tre denti… Subito dopo sono arrivate altre pattuglie: tra loro un uomo in borghese, alto circa un metro e settanta, calvo: lo chiamavano maresciallo. Sono riuscito a prendere il mio telefono, ricordo bene l’ora, le 14,05, e ho chiamato il 113 chiedendo disperato all’operatore di aiutarci perché alcuni carabinieri ci stavano picchiando. Con violenza mi hanno strappato il telefono e lo hanno spaccato. Angelo è riuscito a scappare. È stato fermato e arrestato, prima che riuscisse ad arrivare in questura. Io e la mia compagna, insieme a mia sorella, Angelo e due dei loro figli, di sedici e diciassette anni, siamo stati portati nella caserma di Bussolengo dei carabinieri».
«Appena siamo entrati,erano circa le due – dice Cristian – hanno chiuso le porte e le finestre. Ci hanno ammanettati e fatti sdraiare per terra. Oltre ai calci e i pugni, hanno cominciato a usare il manganello, anche sul volto… Mia sorella e i ragazzi perdevano molto sangue. Uno dei carabinieri ha urlato alla mia compagna: ‘Mettiti in ginocchio e pulisci quel sangue bastardo’. Ho implorato che si fermassero, dicevo che sono un predicatore evangelista, mi hanno colpito con il manganello incrinandomi una costola e hanno urlato alla mia compagna ‘Devi dire, io sono una puttana’, cosa che lei, piangendo, ha fatto più volte».
Continua il racconto Giorgio, che ha diciassette anni ed è uno dei figli di Angelo: «Un carabiniere ha immobilizzato me e mio fratello Michele, sedici anni. Hanno portato una bacinella grande, con cinque-sei litri di acqua. Ogni dieci minuti, per almeno un’ora, ci hanno immerso completamente la testa nel secchio per quindici secondi. Uno dei carabiniere in borghese ha filmato la scena con il telefonino. Poi un altro si è denudato e ha detto ‘fammi un bocchino’».
Alle 19 circa, dopo cinque ore, finisce l’incubo e tutti vengono rilasciati, tranne Angelo e Sonia Campos e Denis Rossetto, accusati di resistenza a pubblico ufficiale. Giorgio e Michele, prima di essere rilasciati, sono trasferiti alla caserma di Peschiera del Grada per rilasciare le impronte. Cristian con la compagna e i ragazzi vanno a farsi medicare all’ospedale di Desenzano [Brescia].
Sabato mattina la prima udienza per direttissima contro i tre «accusati», che avevano evidenti difficoltà a camminare per le violenze. «Con molti familiari e amici siamo andati al tribunale di Verona – dice ancora Cristian – L’avvocato ci ha detto che potrebbero restare nel carcere di Verona per tre anni». Nel fine settimana la notizia appare su alcuni siti, in particolare Sucardrom.blogspot.com. La stampa nazionale e locale non scrive nulla, salvo l’Arena di Verona. La Camera del lavoro di Brescia e quella di Verona, hanno messo a disposizione alcuni avvocati per sostenere il lavoro di Nevo Gipen.
di Gianluca Carmosino (Carta)

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Gli avanbracci col marchio IBM: il grande affare americano

Un  funzionario trentuenne della IBM Italia protesta contro la newsletter Ecumenici: dobbiamo prendercela anche contro la Fiat o “la BMW (e simili) perché in tempi di guerra costruivano macchine da guerra”,  le ferrovie dello stato italiano e tedesco perché è “con i treni che venivano deportate le vittime”, contro la Bayern perché (sotto altro nome) produceva il gas nervino”…

Gli chiediamo di inviarci gli articoli sui temi che lui propone di rimbalzo ma alla fine si limita a ringraziare per averlo tolto da questa lista di “fanatici politici, religiosi o sociali che sia”…

 

La banalità del male si serve sempre di bravi impiegati che fanno solo il loro dovere.

 

 

 

                                                                        Thomas J. Watson

 

Il grande affare americano

 

L’IBM ed il Nazismo

 

L’apertura a storici e studiosi di alcuni archivi rimasti per anni inaccessibili, mette in luce nuovi aspetti e coinvolgimenti che hanno reso possibile , in un concatenarsi di circostanze, economiche e politiche,lo sterminio premeditato e sistematico di milioni di esseri umani . Qui faremo riferimento ad una tecnologia in costante progresso nell’elaborazione di dati che servì dapprima per regolare alcuni aspetti di ordine pubblico, per la riorganizzazione industriale, compresa quella dell’industria bellica, e per l’organizzazione dei trasporti. e poi tramutatasi in vera sentenza di morte con la catalogazione della popolazione in base al sesso, nazionalità,percentuale di sangue, matrimoni misti, ecc . Herman Hollerith, per molti ancora sconosciuto ,fu l’ideatore delle schede con fori standardizzati idonee per eseguire censimenti su larga scala .Nato in Germania nel 1860 , emigra poi nello stato di New York . Il sistema Hellerith si basa sulla traduzione dei dati in fori su schede di cartoncino di piccolo formato (come un pacchetto di sigarette) mediante punzonatrici. Le schede possono poi venire lette con gli aghi metallici. Quando passano attraverso un buco, gli aghi chiudono un circuito elettrico che aziona dei contattori di scatti in grado di tradurre le informazioni in serie numeriche .

 Il sistema era completato di:

 da una macchina verificatrice che controllava la qualità del lavoro fatto dalla punzonatrice:

 da una macchina selezionatrice per ordinare le schede;

 da una calcolatrice per eseguire calcoli numerici;

 da una tabulatrice, per stampare i risultati in chiaro.

 Inizialmente queste tecnologie furono usate negli anni 20 in America per il “Progerro Giamaica”che sostanzialmente prevedeva lo studio sugli incroci razziali in Giamaica e poi successivamente negli Usa . Chi direbbe che , durante la seconda guerra mondiale , il colosso dell’informatica IBM specializzato allora in elaborazioni e censimenti abbia collaborato in maniera determinante dal punto di vista tecnico ed organizzativo, alla fornitura di macchine ed assistenza facilitando così l’attuazione delle deportazioni mediante l’identificazione e catalogazione di milioni di vittime dei Campi di concentramento e di sterminio ? La storia ci richiama al 1910 , anno in cui Hollerith conferisce i suoi brevetti per la Germania a Willy Heidinger, un commerciante di macchine addizionatrici che fonda la Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft, in breve Dehomag, collegata strettamente con l’America. Poi Hollerith vende l’intera attività a Charles Flint e questio a Thomas J. Watson, che trasformerà il vecchio nome dell’azienda americana in IBM (International Business Machines). Rimarranno però il «sistema Hollerith» e la tedesca Dehomag, che importerà le continue innovazioni tecnologiche dalla sede americana in Usa.

 Fu proprio , Watson a dare il via a un’espansione storica della Dehomag e nel 1937 venne insignito dal partito nazista della Croce del merito dell’aquila, la più alta onorificenza nazista ad un non tedesco.. Solo qualche settimana dopo la salita al potere di Hitler, l’Ibm New York investì oltre sette milioni di Reichsmark (più di un milione di dollari) per incrementare drasticamente la capacità della filiale tedesca di fabbricare macchine. Per i suoi dirigenti era quasi una vocazione saturare il Reich di informazioni demografiche. La storia è emersa con la ricerca durata tre anni , negli archivi dei paesi coinvolti nella seconda guerra mondiale, in particolare in quella parte dell’Europa caduta sotto l’occupazione nazista, del giornalista investigativo statunitense Edwin Black, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Black con la pubblicazione nel febbraio 2001del libro “L’IBM e l’olocausto. I rapporti fra il Terzo Reich e una grande azienda americana” (IBM and the Holocaust, The Strategic Alliance Between Nazi Germany and America’s Most Powerful Corporation), documenta la fornitura da parte dell’ IBM di macchine da usare nei campi di concentramento per l’identificazione e la catalogazione delle milioni di vittime brutalmente torturate e trucidate. Nel testo, Black specifica chiaramente come l’IBM non si sia limitata a vendere le proprie tecnologie ai nazisti, anche molte altre compagnie americane meno note lo hanno fatto, ma abbia stabilito una vera e propria alleanza strategica tra la propria sede tedesca Dehomag (Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft) e il Terzo Reich per una fornitura personalizzata alle esigenze dei “programmi” dell’Olocausto , tra questi in alcuni paesi l’IBM anticipa la Wehrmacht istituendo nuove filiali e iniziando censimenti in territori che verranno occupati solo in seguito, in modo che i nazisti al momento della conquista di questi territori avevano già tutti i dati per individuare, colpire e deportare gli ebrei della Polonia, del Belgio, dell’Olanda. Saranno i fori delle schede IBM a decretare chi verrà deportato, chi verrà mandato nei campi di lavoro e chi in quelli di sterminio. Per la verità il progetto non coinvolse solo la sede tedesca di Dehomag, ma praticamente tutte le filiali europee dell’IBM, quella svizzera, quella spagnola, quella polacca, quella svedese, quella romena, anche quella italiana. Ora ci chiederemo cosa sapeva di tutto ciò l’IBM di New York ? Sapeva, sapeva. Quando una legge americana rese illegale i contatti, con la Germania costrinse Watson a restituire l’onorificenza nazista, egli rimase comunque uno strenuo difensore dell’affidabilità economica del partner tedesco e un suo sostenitore politico. Allo scoppio della guerra Watson fa gestire dalla filiale di Ginevra (in diretto contatto con la casa madre americana) gli affari della filiale tedesca. Riesce anche a pilotare la gestione controllata della ditta da parte nazista e grazie agli appoggi politici nell’Amministrazione statunitense (era amico personale di F.D. Roosvelt) riesce anche a sfuggire un’inchiesta del Ministero del Commercio estero. In certi campi, come Dachau e Storkow, erano installate non meno di due dozzine di selezionatrici, tabulatrici e stampanti Ibm. Altri campi effettuavano solo la perforazione e mandavano le schede in centri come Mauthausen o Berlino. Il macchinario Ibm era quasi sempre sistemato all’interno dello stesso campo, affidato a un ufficio speciale con personale addestrato addetto all’assegnazione del lavoro, in tedesco Arbeitseinsatz . Dall’Arbeitseinsatz uscivano quotidianamente le importantissime assegnazioni ai posti di lavoro e l’ufficio era anche incaricato dell’elaborazione delle schede di tutti i prigionieri e dei ruolini dei turni di trasferimento. Necessitava quindi di un continuo traffico di elenchi, schede perforate e documenti codificabili dal momento che ogni gesto dei prigionieri era controllato e seguito con cura maniacale. Senza i macchinari dell’Ibm, la manutenzione continua e il rifornimento di schede perforate, i campi di Hitler non avrebbero mai potuto eseguire i loro terrificanti compiti come invece fecero. Ai campi più grandi era stato assegnato un numero in codice Hollerith per il lavoro d’ufficio: Auschwitz 001, Buchenwald 002, Dachau 003, Flossenbürg 004, Gross-Rosen 005, Herzogenbusch 006, Mauthausen 007, Natzweiler 008, Neuengamme 009, Ravensbrück 010, Sachsenhausen 011, Stutthof 012. Auschwitz, codice 001, non era solo un campo, ma un immenso complesso comprendente posti di transito, fabbriche e fattorie in cui lavoravano schiavi, camere a gas e crematori. Nella maggior parte dei campi l’Arbeitseinsatz non si limitava a classificare i posti di lavoro, ma anche gli elenchi dell’ospedale del campo e le statistiche delle morti e dei reclusi da consegnare alla Sezione politica. È però possibile che ad Auschwitz le attrezzature Hollerith fossero utilizzate, e pertanto collocate, in altri uffici. Tutti i non tedeschi di Auschwitz furono tatuati con i numeri Hollerith. Ma i numeri tatuati si svilupparono rapidamente ad Auschwitz. Ben presto non ebbero più alcuna relazione con la compatibilità Hollerith per un semplice motivo: il numero Hollerith era destinato a individuare un recluso che lavorasse, non un recluso morto. Quando il tasso di mortalità ad Auschwitz aumentò, i numeri basati sulle Hollerith semplicemente non servirono più. Ai cadaveri venivano subito tolti gli abiti, rendendo difficile l’identificazione per gli elenchi dei decessi basati sulle Hollerith. Perciò i numeri furono scritti con l’inchiostro sul torace dei reclusi. Ma siccome era difficile scorgerli tra i mucchi sempre più grandi di cadaveri, si decise che gli avambracci fossero più visibili.

Alla fine della guerra la vittoria dell’IBM sarà duplice: non solo rientrerà in possesso degli enormi profitti maturati nel corso della guerra e dell’oculata amministrazione controllata nazista, ma vedrà recuperate le proprie macchine dall’esercito alleato e sarà considerata alla stregua delle ditte alleate in Germania che hanno subito danni dall’esproprio nazista. Da non credere .

 Per concludere quando si entra all’ Holocaust Memorial Museum di Washington c’è un tabulato di Hollerith (una delle prime macchine elettriche a schede perforate).

 

In seguito alla pubblicazione del libro di Black, una organizzazione di esponenti del popolo rom, riuniti in quella che definiscono una “azione internazionale di riconoscimento e compensazione”, ha denunciato l’IBM per aver venduto macchine punzonatrici ed altre strumentazioni sofisticate (per l’epoca) che avrebbero facilitato le operazioni naziste di pulizia etnica rivolte contro, tra gli altri, proprio il popolo rom. Una corte d’appello di Ginevra ha stabilito, contrariamente a quanto deciso dal tribunale di primo grado, che l’IBM è processabile in Svizzera perché nel 1936 aprì una filiale a Ginevra, con il nome di “Quartieri Generali Europei IBM”. La corte d’appello di Ginevra ha anche dichiarato di non poter escludere “la complicità dell’IBM attraverso assistenza materiale o intellettuale agli atti criminali dei nazisti”. L’IBM ha chiesto un intervento della Corte Suprema svizzera.

 

Per approfondire ulteriormente l’argomento fate riferimento al libro : Ibm e l’Olocausto di Edwin Black edito da Rizzoli .

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L’Alleanza mondiale Battista protesta contro il Governo italiano

ROMA, 30 luglio 2008 -L’Alleanza Mondiale Battista si è riunita a Praga dal 20 al 25 luglio scorso, l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Ucebi) era presente all’evento nelle persone della presidente, Anna Maffei, del vicepresidente, Salvatore Rapisarda, e del past. Massimo Aprile. Tra le varie mozioni votate dal Consiglio Generale dell’AMB figura una condanna del rilevamento coatto delle impronte digitali dei Rom e Sinti presenti sul territorio italiano.

 

Mozione n. 8 – Rilevamento coatto delle impronte digitali dei Rom in Italia

 

Il consiglio generale della Alleanza Mondiale Battista, riunitosi a Praga, Repubblica Ceca, dal 25 al 28 luglio 2008; deplora che il governo italiano, senza obiezioni da parte dell’Unione Europea, stia praticando il rilevamento coatto delle impronte digitali di tutti i rom all’interno delle sue frontiere, compresi i bambini, atto da noi considerato alla stregua della schedatura su base etnica;

Riconosce che possano esservi motivi legittimi per la registrazione di persone, ma riconosce che la storia ci ha insegnato che selezionare, isolare e prendere di mira una minoranza o un gruppo di persone sulla base della cultura o dell’etnia è una pratica discriminatoria che giustifica atti di violenza;

Ricorda che i rom sono stati presi di mira e perseguitati molte volte nella storia fino al genocidio perpetrato nei loro confronti da parte del regime nazista;

Afferma che i battisti in tutto il mondo prendono posizione contro tutte le forme di discriminazione a favore della salvaguardia della dignità e dei diritti di tutti gli esseri umani, e in questo contesto, prende atto del fatto che l’Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia si è opposta con decisione all’obbligo di rilevamento delle impronte digitali dei Rom;

Invita tutti i leader all’interno della Alleanza Mondiale Battista a sollecitare i rappresentanti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e dei governi nazionali a protestare contro il governo italiano nei confronti di tali pratiche discriminatorie e a richiedere con fermezza la loro immediata cessazione.

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