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Invalidi civili, La Consulta dovrà pronunciarsi sulla congruità della pensione per gli invalidi totali

  • Scritto da  Bernardo Diaz
La Corte d’Appello di Torino ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sulla legge 118/1971. Secondo la Corte 285 euro al mese sono insufficienti per garantire un sostegno adeguato agli invalidi totali. Sotto accusa anche il mancato riconoscimento dell’incremento della maggiorazione sociale.

La Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità della misura della pensione di inabilità civile per gli invalidi totali e sulla mancata concessione del beneficio dell’incremento al milione (Ln 448/2001) nei confronti degli stessi soggetti con età inferiore a 60 anni. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Torino con l’ordinanza numero 240 del 3 giugno 2019 pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso 8 Gennaio 2020. Si tratta di una questione molto delicata che mette in discussione la misura delle provvidenza economiche spettanti per legge agli invalidi civili (totali), nel sentire comune non più in linea con le esigenze di vita dell’invalido.

La questione

La Corte d’Appello era stata chiamata in causa contro la mancata concessione da parte dell’Inps dell’incremento della maggiorazione sociale di cui all’articolo 38 della legge 448/2011 nei confronti di una 47enne, invalida civile al 100%, già titolare di pensione di invalidità civile ai sensi dell’articolo 12 della legge numero 118/1971 e di indennità di accompagnamento ex art. 1 legge n. 18/1980 di ammontante nell’anno 2018 ad 515,43€ mensili per dodici mensilità. L’interessata lamentava l’inadeguatezza della misura della pensione di inabilità civile (286,66 euro mensili + l’integrazione di 10,33 euro di cui all’art. 70, comma 6, legge n. 388/2000) per consentire la conduzione di una esistenza dignitosa considerando che la stessa non poteva, per le condizioni di salute, prestare alcuna forma di attività lavorativa. Aveva, peraltro, chiesto l’erogazione della maggiorazione di cui all’articolo 38, co. 4 della legge 448/2001 (il cd. incremento al milione) spettante però, fra l’altro, solo ai cittadini invalidi civili totali aventi età pari o superiore a sessanta anni. Il riconoscimento della maggiorazione avrebbe consentito l’integrazione della prestazione sino a 638 euro mensili circa, oltre l’indennità di accompagnamento, consentendo all’invalida di raggiungere quel minimo vitale per soddisfare le proprie esigenze economiche.

La posizione della Corte

I giudici non potendo biasimare il comportamento dell’Inps (che non può far altro che applicare una norma di legge) hanno ravvisato due elementi di incostituzionalità. La prima riguarda la determinazione della misura della pensione di invalidità civile giudicata assolutamente insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali dell’invalido. L’importo – scrivono i giudici – ancorchè integrato nella misura di 10,33 euro (ai sensi dell’art. 70, comma 6, legge n. 388/2000), “non è certamente sufficiente, per comune esperienza, a garantire all’invalido il soddisfacimento dei più elementari bisogni della vita, come alimentarsi, vestirsi e reperire un’abitazione”. A sostegno della censura i giudici citano diverse pronunce della Cassazione in cui è stato fissato in misura superiore alla cifra di 285 euro il minimo vitale per la conduzione di una esistenza dignitosa. Lo stesso assegno sociale – affermano i giudici -, che può costituire un parametro di riferimento per i normodotati, è fissato in misura più favorevole rispetto alla pensione di inabilità civile.

Nella valutazione dell’idoneità della misura delle provvidenze erogate i giudici sottolineano come non possa includersi l’indennità di accompagnamento (che si somma, al ricorrere dei requisiti sanitari, alla pensione di inabilità civile) “rispondendo tale provvidenza a finalità diverse da quella che presiede all’erogazione della pensione di inabilità, diretta invece a garantire al soggetto totalmente inabile al lavoro privo di mezzi sufficienti il necessario per far fronte alle spese indispensabili al proprio mantenimento”. L’irrisorietà della misura della pensione di inabilità civile risulterebbe, pertanto, in contrasto con l’art. 38, comma 1 della Costituzione che sancisce il diritto di “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere … al mantenimento e all’assistenza sociale“.

La seconda censura riguarda l’articolo 38 della legge 448/2001 nella parte in cui nega l’incremento al milione agli invalidi civili totali con meno di 60 anni. Si tratta, secondo la Corte, di una norma discriminatoria in quanto riconosce l’incremento, fra l’altro, ai normodati titolari di assegno (o pensione) sociale al raggiungimento del 70° anno di età consentendo loro di raggiungere un indennizzo di oltre 600 euro mensili mentre lascia “una pensione di inabilità pari a poco più della metà ai soggetti totalmente inabili di età compresa fra 18 e 59 anni che si trovino per di più in condizioni di gravissima disabilità”.

Le norme incriminate

Per queste ragioni la Corte d’Appello ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 1, della legge 30 marzo 1971, n. 118 di conversione del decreto-legge 30 gennaio 1971, n. 5 nella parte in cui attribuisce al soggetto totalmente inabile, affetto da gravissima disabilità e privo di ogni residua capacità lavorativa, una pensione di inabilità di importo, pari nell’anno 2018 ad euro 282,55 e nell’anno 2019 ad euro 285,66, insufficiente a garantire il soddisfacimento delle minime esigenze vitali, in relazione agli articoli 3, 38, comma 1, 10, comma 1, e 117, comma 1, della Costituzione. E l’art. 38, comma 4, legge 28 dicembre 2001, n. 448, nella parte in cui subordina il diritto degli invalidi civili totali, affetti da gravissima disabilità e privi di ogni residua capacità lavorativa, all’incremento previsto dal comma 1 al raggiungimento del requisito anagrafico del 60° anno di età, in relazione agli articoli 3 e 38, comma 1, della Costituzione.

Fonte – Pensionioggi.it

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Il futuro dell’America sempre più armato

18.02.2020 – Manlio Dinucci

Il futuro dell’America sempre più armato

Il «Budget per il futuro dell’America» presentato dal governo Usa mostra quali sono le priorità dell’Amministrazione Trump nel bilancio federale per l’anno fiscale 2021 (che inizia il 1° ottobre di quest’anno).

Anzitutto ridurre le spese sociali: ad esempio, essa taglia del 10% lo stanziamento richiesto per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari. Mentre le stesse autorità sanitarie comunicano che la sola influenza ha provocato negli Usa, da ottobre a febbraio, circa 10.000 morti accertati su una popolazione di 330 milioni. Notizia taciuta dai grandi media, i quali lanciano invece l’allarme globale per i 1.770 morti a causa del coronavirus in Cina, paese con 1,4 miliardi di abitanti che è stato capace di misure eccezionali per limitare i danni dell’epidemia.

Non può non venire il sospetto sulle reali finalità della martellante campagna mediatica, la quale semina terrore su tutto ciò che è cinese, quando, nella motivazione del Budget Usa, si legge che «l’America ha di fronte la sfida proveniente da risorgenti Stati nazionali rivali, in particolare Cina e Russia».

La Cina viene accusata di «condurre una guerra economica con cyber armi contro gli Stati Uniti e i loro alleati» e di «voler plasmare a propria somiglianza la regione Indo-Pacifica, critica per la sicurezza e gli interessi economici Usa».  Perché «la regione sia libera dalla malefica influenza cinese», il governo Usa finanzia con 30 milioni di dollari il «Centro di impegno globale per contrastare la propaganda e disinformazione della Cina».

Nel quadro di «una crescente competizione strategica», il governo Usa dichiara che «il Budget dà la priorità al finanziamento di programmi che accrescano il nostro vantaggio bellico contro la Cina, la Russia e tutti gli altri avversari».

A tal fine il presidente Trump annuncia che, «per garantire la sicurezza interna e promuovere gli interessi Usa all’estero, il mio Budget richiede 740,5 miliardi di dollari per la Difesa nazionale» (mentre ne richiede 94,5 per il Dipartimento della Sanità e dei Servizi Umanitari).

Lo stanziamento militare comprende 69 miliardi di dollari per le operazioni belliche oltremare, oltre 19 miliardi per 10 navi da guerra e 15 miliardi per 115 caccia F-35 e altri aerei, 11 miliardi per potenziare gli armamenti terrestri.

Per i programmi scientifici e tecnologici del Pentagono vengono richiesti 14 miliardi di dollari, destinati allo sviluppo di armi ipersoniche e a energia diretta, di sistemi spaziali e di reti 5G.  Queste sono solo alcune voci di una lunga lista della spesa (con denaro pubblico), che comprende tutti i più avanzati sistemi d’arma, con colossali profitti per la Lockheed Martin e le altre industrie belliche.

Al budget del Pentagono si aggiungono diverse spese di carattere militare iscritte nei bilanci di altri dipartimenti. Nell’anno fiscale 2021, il Dipartimento dell’Energia riceverà 27 miliardi di dollari per mantenere e ammodernare l’arsenale nucleare. Il Dipartimento per la sicurezza della patria ne avrà 52 anche per il proprio servizio segreto. Il Dipartimento per gli affari dei veterani riceverà 243 miliardi (il 10% in più rispetto al 2020)  per i militari a riposo.  Tenendo conto di queste e altre voci, la spesa militare degli Stati Uniti supererà , nell’anno fiscale 2021, i 1.000 miliardi di dollari.

La spesa militare degli Stati Uniti esercita un effetto trainante su quelle degli altri paesi, che restano però a livelli molto più bassi. Anche tenendo conto del solo budget del Pentagono, la spesa militare degli Stati Uniti è 3/4 volte superiore a quella della Cina e oltre 10 volte superiore a quella della Russia.

In tal modo «il Budget assicura il dominio militare Usa in tutti i settori bellici: aereo, terrestre, marittimo, spaziale e cyber-spaziale», dichiara la Casa Bianca, annunciando che gli Stati Uniti saranno tra non molto in grado di produrre in due impianti 80 nuove testate nucleari all’anno.

«Il futuro dell’America» può significare la fine del mondo.

il manifesto, 18 febbraio 2020

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Giornalisti da tutto il mondo condannano l’azione giudiziaria contro Julian Assange

17.02.2020 – Redazione Italia

Giornalisti da tutto il mondo condannano l’azione giudiziaria contro Julian Assange
Collage con i ritratti dei firmatari dell’appello (Foto di https://speak-up-for-assange.org)

1200 giornalisti di 98 paesi hanno rilasciato oggi una dichiarazione congiunta in difesa dell’editore di Wikileaks Julian Assange, in vista della procedura di estradizione verso gli Stati Uniti da parte di un tribunale britannico, a fronte di accuse di spionaggio. Il caso giudiziario avrà inizio il 24 febbraio.

Questa è la prima volta che l’Espionage Act statunitense viene usato contro qualcuno per aver pubblicato informazioni fornite da un whistleblower (informatore, ndr). Tutti i giornalisti utilizzano informazioni da fonti riservate e per tale ragione azioni legali di questo tipo costituiscono un precedente estremamente pericoloso, che minaccia i giornalisti e i mezzi d’informazione del mondo intero. I firmatari sostengono che la detenzione di Assange e i procedimenti giudiziari a suo carico costituiscono un grave fallimento della giustizia.

“È molto raro che i giornalisti uniscano le loro voci su un problema. In effetti, le dimensioni e l’ampiezza di questa dichiarazione congiunta dei giornalisti potrebbe non avere precedenti”, ha detto la portavoce Serena Tinari.

Ecco la dichiarazione completa, tradotta in otto lingue (compresa quella italiana, ndr): https://speak-up-for-assange.org

La dichiarazione sottolinea che Assange rischia fino a 175 anni di reclusione per aver contribuito alla pubblicazione di documenti militari statunitensi dall’Afghanistan e dall’Iraq e di cablogrammi dal Dipartimento di Stato USA – comprese le prove schiaccianti di crimini di guerra. Numerosi mass media hanno pubblicato articoli di grande interesse pubblico sulla base di queste informazioni. La dichiarazione asserisce: “Se i governi possono usare le leggi sullo spionaggio contro i giornalisti e gli editori, essi vengono privati della loro più importante e tradizionale difesa: quella di agire nell’interesse pubblico, aspetto per cui l’Espionage Act non trova applicazione”.

I giornalisti di qualsiasi parte del mondo potrebbero trovarsi estradati verso un altro paese e accusati in base a leggi di spionaggio draconiane.

La dichiarazione è stata firmata dalle redazioni della maggior parte dei principali media mondiali e comprende numerosi illustri e pluripremiati giornalisti. Tra questi, un cospicuo numero di giornalisti investigativi, tra i quali 30 membri del Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), varie organizzazioni giornalistiche, tra cui la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) e Reporter Senza Frontiere (RSF) hanno firmato la dichiarazione. I firmatari provengono da ogni parte del mondo e da un totale di 97 paesi.

L’elenco completo dei firmatari è disponibile qui: https://speak-up-for-assange.org/signatures/

La dichiarazione dei giornalisti ha anche invitato persone con professioni “legate al mondo dei media”. Daniel Ellsberg, la fonte dei Pentagon Papers, ha firmato la dichiarazione come “Whistleblower” ed è stato seguito da altri importanti informatori, tra cui Katharine Gun (UK), Rudolf Elmer (Svizzera) ed Edward Snowden (USA).

La dichiarazione è stata avviata da un gruppo di giornalisti investigativi con sede in diversi continenti. La portavoce, Serena Tinari, presidente dell’Organizzazione giornalistica investigativa svizzera, Investigativ.ch (ndr) ha affermato: “Molti di noi utilizzano informazioni riservate ricevute da informatori. È una parte essenziale del nostro ruolo in nome del pubblico. Ogni giornalista ed editore dovrebbe essere inorridito e preoccupato per questo tentativo di criminalizzare il nostro lavoro.”

I giornalisti sottolineano la grave e continua violazione dei diritti umani che Assange sta soffrendo e scrivono: “Riteniamo i governi degli Stati Uniti d’America, del Regno Unito, dell’Ecuador e della Svezia responsabili delle violazioni dei diritti umani a cui è stato sottoposto Assange”.

La dichiarazione congiunta cita il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura Nils Melzer, che ha indagato sul caso: “Alla fine mi sono reso conto che ero stato accecato dalla propaganda e che Assange era stato sistematicamente calunniato per distogliere l’attenzione dai crimini che aveva denunciato. Una volta che era stato disumanizzato attraverso l’isolamento, il dileggio e l’infamia, proprio come le streghe che solevamo bruciare sul rogo, era facile privarlo dei suoi diritti fondamentali senza provocare indignazione pubblica in tutto il mondo. E così, si è stabilito un precedente legale, attraverso la porta secondaria della nostra stessa compiacenza, che in futuro può essere e sarà applicato altrettanto bene per le pubblicazioni del Guardian, del New York Times e di ABC News.”

Nella dichiarazione si afferma: “La denuncia di abusi e crimini fatta da Assange è d’importanza storica, come lo sono stati i contributi degli informatori Edward Snowden, Chelsea Manning e Reality Winner, che ora sono in esilio o incarcerati. Hanno tutti affrontato implacabili campagne diffamatorie condotte dai loro avversari, campagne che hanno spesso portato a report errati e alla mancanza di copertura e indagini da parte dei media sulle loro reali vicissitudini.”

La dichiarazione dei giornalisti chiede che Julian Assange venga immediatamente rilasciato e che i procedimenti di estradizione e le accuse di spionaggio contro di lui vengano ritirati.

Scrivono: “Invitiamo i nostri colleghi giornalisti a informare accuratamente l’opinione pubblica su questo abuso dei diritti fondamentali. Esortiamo tutti i giornalisti a parlare in difesa di Julian Assange in questo momento critico. Tempi critici richiedono giornalismo senza paura”.

Sui social media, l’iniziativa è promossa con l’hashtag #JournalistsSpeakUpForAssange.

Illustrazioni: i media sono invitati a utilizzare il collage dei ritratti dei firmatari disponibile per il download qui: https://speak-up-for-assange.org/contact

Traduzione di Veronica Tarozzi per MediAttivisti”

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Taglio dei parlamentari e difetto della logica

16.02.2020 – Rocco Artifoni

Taglio dei parlamentari e difetto della logica

Domenica 29 marzo con il referendum costituzionale gli elettori saranno chiamati a decidere se tagliare il numero dei parlamentari. Con la vittoria dei Sì, i deputati verrebbero ridotti da 630 a 400 e i senatori elettivi da 315 a 200. I sostenitori della proposta di riduzione adducono alcune motivazioni che difettano di logica. Infatti, si dice che:

  1. In questo modo si ridurranno i costi della politica. Ma se si volesse davvero ridurre i costi, la strada più semplice e coerente sarebbe stata quella di diminuire gli emolumenti ai parlamentari. Sarebbe bastata una legge ordinaria, senza modificare la Costituzione.

  2. Così facendo si otterrà un risparmio quantificato in 57 milioni di euro annui. Ma se questo fosse lo scopo, ci si dovrebbe chiedere perché si è deciso di risparmiare soltanto 57 milioni, considerato l’ammontare del debito pubblico italiano.

  3. Con la riduzione dei posti, si restituiranno un po’ di soldi agli elettori. Ma i rappresentati dei cittadini dovrebbero gestire i soldi pubblici in modo responsabile e non restituire i soldi delle tasse. D’altro canto, se l’obiettivo fosse quello di restituire i soldi, perché limitarsi a questi. Non sarebbe più lineare proporre una riduzione le imposte?

  4. L’attuale numero dei parlamentari è eccessivo. Ma perché 400 deputati e 200 senatori dovrebbero andare bene? Perché ad esempio non scegliere 360 deputati e 180 senatori?

  5. Con meno parlamentari le Camere funzioneranno meglio. Ma allora bisognerebbe prima stabilire qual è il numero ottimale dal punto di vista dell’efficienza di un’assemblea parlamentare e di conseguenza fissare il numero dei componenti. Ne dovrebbe conseguire che il numero dei deputati dovrebbe essere pari a quello dei senatori. Ma non è così nella proposta di referendum.

  6. Se i parlamentari saranno di meno, diventeranno più autorevoli. Se fosse vero, significherebbe anzitutto che i senatori sono e saranno più autorevoli dei deputati. Ma la Costituzione non prevede questa differenza. Inoltre, se la riduzione del numero dei parlamentari aumentasse automaticamente l’autorevolezza, perché ci si dovrebbe fermare a 400 deputati?

  7. Se i seggi dei parlamentari saranno di meno, aumenterà la qualità della politica. Ma questa affermazione non ha alcun fondamento logico. Potrebbe essere valida se gli eletti fossero il risultato di un percorso ad esami, di un concorso con prove. Invece, i candidati al Parlamento non devono dimostrare alcuna preparazione. Di conseguenza si potrebbe addirittura sostenere il contrario: più elevato è il numero dei seggi, più è probabile che tra gli eletti ci sia qualcuno davvero competente.

Evidentemente si potrebbero indicare alcuni motivi per dire che ridurre i parlamentari sia una scelta negativa, poiché di fatto si riduce la rappresentanza e quindi si aumenta la distanza tra eletto ed elettori. Si potrebbe sottolineare che, essendo i senatori eletti su base regionale, la diminuzione dei seggi disponibili in ciascun collegio regionale implicitamente alzerà il quorum per essere eletti, escludendo di fatto alcune minoranze (che la Costituzione dovrebbe tutelare) dalla rappresentanza. Si potrebbe evidenziare che soprattutto al Senato con la riduzione dei seggi alcune forze politiche dovranno inserire il medesimo eletto in diverse commissioni parlamentari, con l’evidente rischio di ingolfamento dei lavori e con senatori che dovrebbero essere competenti in svariate materie. E si potrebbe continuare a lungo nell’indicare i difetti della scelta di riduzione dei parlamentari. Ma in fondo resta aperta la domanda: quale sarebbe a rigore di logica il pregio di questo taglio?

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La Turchia è davvero bianca come la neve?

15.02.2020 – Turchia – Kedistan

La Turchia è davvero bianca come la neve?

Per chi ancora considera la Turchia una meta per le vacanze, ho esitato un po’ su questi due temi: la neve o i diritti umani?

Sì, ignorare che in Turchia in inverno nevica pecca un po’ di orientalismo e significa anche aver perso due film superbi della nostra cinematografia: Yol (La Strada di Yılmaz Güney e Şerif Gören. Il film, uscito nel 1982, vinse la Palma d’oro al Festival di Cannes) e Uzak (di Nuri Bilge Ceylan, anche lui premiato a Cannes in Francia). Anzi, approfittatene per rivederli e saprete di cosa parlo.

Ma il nostro Reis ha già avuto occasione di parlare della neve, quindi sarò breve su questo.

Metà dei paesi nella parte a Est e a Nord hanno chiuso le scuole, a causa delle nevicate abbondanti. E a Bahçesaray, nella provincia di Van, il 4 e 5 febbraio, più di 40 persone sono morte in una valanga, dando di nuovo a Tayyip Erdogan l’occasione, come per il terremoto, di invitare la Turchia a interpretare le prove che Dio le ha inviato come necessità di stringersi intorno alla sua politica guerrafondaia. Ci sono giorni in cui vorrei che la neve coprisse anche gli schermi della televisione.

Ma quello che alla fine mi ha interessato, in realtà, è che agli occhi del rapporto sui diritti umani del 2019, la Turchia non ne esce affatto bianca come la neve.

Per procurarsi e leggere il rapporto dell’İDH (Associazione per i diritti dell’uomo in Turchia) non bisogna certo cercarlo sulla stampa di regime. Ed è quindi sulla formichina che ho cercato informazioni.

Il rapporto è stato preparato da İDH di Diyarbakır. Vi farò quindi un po’ di ‘propaganda terroristica’ leggendovi questo pezzo, intitolato: “Rapporto sulle violazioni dei diritti dell’uomo del 2019”.

Leggo dalla premessa: “Nel 2019, ci sono state in misura massiccia violazioni di frontiere tra i paesi e operazioni militari e transfrontaliere, minacce politiche alla libertà di espressione e di associazione, aggressioni fisiche; violazioni di diritti come quello alla vita, con torture e maltrattamenti; violazioni nelle prigioni e violenza contro le donne, interdizioni e interventi violenti sul diritto di riunione, di manifestazione e sulla libertà di espressione, problemi con l’indipendenza giudiziaria, la libertà di stampa, la perdita di diritti economici e sociali. È stato un anno disastroso di violazioni di diritti in costante aumento”.

Arrivati a questo punto, o ci si dice “come al solito, dove i Curdi si mettono a investigare, finiscono per fare la loro propaganda terroristica” e si gira la pagina per passare ad altro, oppure si constata che, Curdi o meno, essi descrivono una realtà incontestabile, che io conosco fin troppo bene.

Possono certo innescare una valanga di ingiurie contro queste constatazioni, non faranno mai abbastanza per seppellire queste verità quotidiane della Turchia. E per quanto i politici kemalisti possano nascondere quel che accade sotto i cappelli di pelliccia dei loro leader in formaldeide, tutte queste violazioni si accumuleranno.

Giustizia

Proseguo:

… Il potere giudiziario è diventato lo strumento principale e più facile da utilizzare per realizzare le politiche oppressive e centralizzatrici del potere. La decisione della Corte Europea sulla violazione dei diritti nel ricorso per Osman Kavala e le violazioni che lei ha constatato, come nel dossier Selahattin Demirtaş, i mezzi e i metodi usati dai tribunali e dalle unità giudiziarie per rifiutare una ordinanza di liberazione mostrano chiaramente cosa ne è stato del potere giudiziario. In questo periodo, le repressioni e gli arresti, i processi e le sanzioni inflitte a chi difende i diritti umani hanno raggiunto il livello più alto…

Eletti.e

… La nomina di amministratori locali del Partito Democratico Popolare (HDP) dopo le elezioni locali del 31 marzo è stato un altro caso importante in cui la democrazia è le libertà sono state attaccate. Si tratta di una pratica illegittima contro il diritto di voto e di essere eletto e non è compatibile con la legge. È una violazione dei diritti umani di milioni di elettori. I candidati eletti non hanno potuto ricevere i loro mandati e gli amministratori sono stati nominati, ad altri è stato revocato il loro mandato dopo averlo ricevuto e sono stati arrestati…

Torture e arresti

… Il rapporto sottolinea anche che la tortura e i maltrattamenti continuano a esistere in modo generalizzato e sistematico, anche all’interno dei centri di detenzione.

Un altro ambito nel quale la tortura è diventata corrente e sistematica è stato già menzionato, le prigioni, e si è notato che il numero di detenuti malati aumenta di giorno in giorno. Secondo i dati della HRA, ci sono 458 prigionieri.e malati.e, di cui alcuni casi molto gravi in prigione…

Devo continuare?

Non è quindi la neve che deve dissuadervi dal sognare il sole della Turchia, ma piuttosto il suo regime e la violazione costante dei diritti umani di cui vi rendereste complici scegliendo l’abbronzatura in hotel o, per quelli che sanno della neve, lo sci.

Potete accedere al rapporto completo in turco qui.

Articolo di Mamie Eyan

Traduzione di Eliana Como

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Comunità Mapuche Ignacio Queipul: dove “la terra da tutto”

14.02.2020 – Victoria, Cile – Helodie Fazzalari

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Comunità Mapuche Ignacio Queipul: dove “la terra da tutto”
(Foto di Helodie Fazzalari)

C’è un bus che da Santiago viaggia ogni notte verso sud, fermandosi nelle varie cittadine alle prime luci dell’alba. Sono le 6:00 di un mattino umido ed ancora grigio, la nebbia è alta ed impedisce la visione a più di un metro dal proprio naso, la strada è deserta e il terriccio è bagnato per la pioggia della notte precedente. E’ in questa cornice fredda, incerta e priva di colori, che il bus si ferma sulla ‘Carretera’, all’incrocio tra la cittadina di Victoria e la strada di campagna che porta alla nostra sistemazione. Con fatica riusciamo a recuperare gli zaini sotterrati da valigioni e pacchi in fondo al bagagliaio del bus, li carichiamo in spalla e iniziamo il nostro cammino. Dalla strada principale ci vogliono circa 40 minuti a piedi per arrivare al Camping Los Manzanos. Ad ogni passo il corpo lentamente si fa un pò più caldo, il sole si sveglia ed illumina uno spazio incontaminato, verde, immutato nel tempo e sorprendentemente suggestivo. Tutto ad un tratto quella che era una cornice fredda si trasforma in un quadro dai mille colori, quella che era incertezza si trasforma in curiosità di scoprire questa terra e la comunità che la abita, il peso sulle spalle si fa più leggero, e proseguendo per questa stradina deserta dell’Araucania arriviamo alla nostra meta. Il Camping Los Manzanos è uno spazio aperto che affaccia sulla sponda del Rio Quito, gestito da Rosa e Secundo, una coppia di mezza età appartenente alla comunità Mapuche Ignacio Queipul. I due sono gli zii di Rayen, una ragazza Mapuche che vive e lavora in città ed è scesa al sud per le vacanze. Rayen racconta di quanto ami questo posto, di quando qualche anno fa è venuta a viverci per un periodo, di quanto fosse stato facile abituarsi a questo tipo di vita così semplice e di come per cause di forza maggiore sia dovuta ritornare a vivere a Santiago.

Vista del campo dalla finestra della casa di Rosa e Secundo, Camping Los Manzanos, Victoria, Araucanía, Cile – foto di Helodie Fazzalari

Non appena arrivati, la zia Rosa sfodera la tipica ospitalità e generosità Mapuche, invitandoci a colazione con uova fresche, pane e caffè. Secundo saluta la moglie con un bacio e corre a prendere “la Micro”, un piccolo bus che passa solo una volta al giorno e porta tutti gli abitanti della comunità al ‘pueblo’, ovvero alla cittadina più vicina che è Victoria. In molti prendono la micro qui, ognuno la attende davanti al proprio cancello di casa e con soli 300 pesos gli abitanti del luogo si recano in paese per l’acquisto di generi alimentari o beni di primaria necessità.

Colazione preparata dalla Signora Rosa,Camping Los Manzanos, Victoria, Araucanía, Cile – Foto di Helodie Fazzalari

La realtà è che Rosa e Secundo comprano davvero poca roba a Victoria, perché, se sai come comportarti con essa, “la terra da tutto”. In questa comunità la lotta per la terra Mapuche non è un tema caldo: “Ogni famiglia possiede il proprio terreno, la propria casa, qui lo Stato ci fa vivere tranquilli e noi facciamo vivere tranquillo lo Stato”, racconta Secundo in riva al fiume. La comunità Mapuche Ignacio Queipul si compone di circa 108 abitanti, ma Rosa e Secundo ci spiegano di come negli anni si siano un pò perse alcune tradizioni.

Al Camping Los Manzanos gli animali sono la primaria fonte di sussistenza della famiglia – Foto Helodie Fazzalari

Ad esempio in comunità c’è un Lonko, una figura patriarcale che rappresenta la colonna politica del gruppo, ma a detta di Secundo, sono anni che non organizzerebbe una Rogativa, ovvero una cerimonia espressione massima della spiritualità Mapuche. “Io sono nato e cresciuto in questa comunità ed ho potuto vedere il cambiamento che ha subito negli anni”. “Una cosa è rimasta immutata nel tempo, ovvero il fatto che siamo una comunità pacifica, ci dedichiamo alla nostra terra e per noi l’importante è vivere in pace e rispettare il vicino. Se qualcuno della comunità si sposa o nel caso di qualsiasi evento, siamo tutti invitati. Di Ruke non ce ne sono, o meglio ce ne è solo una di una signora, che viene usata per lo più per scopi turistici. Qui noi viviamo grazie alla terra: la coltiviamo, alleviamo le vacche per fare la carne, i polli e le galline che ci danno anche le uova.

Vista del Rio Quito alle prime luci dell’alba – Foto di Helodie Fazzalari

Abbiamo l’acqua perché la prendiamo dal fiume dove ci si può anche lavare. Tuttavia c’è da dire che il cibo non più quello di un tempo, il cambiamento climatico ha prosciugato la nostra terra ed il sapore degli alimenti non è più lo stesso. Io ho vissuto il cambiamento di questa comunità sulla mia pelle, ho visto chiudere l’unica scuola della comunità, ho visto come man mano si sono perse molte delle nostre tradizioni”. “Io parlo mapudungun, ma diversi membri di questa stessa comunità non lo sanno parlare, perché non sono stati abituati fin da piccoli in quanto ci fu un periodo nel quale i nonni smisero di insegnare la lingua ai propri nipoti, per paura che venissero discriminati dalla società. Oggi molti cercano di imparare, ma da adulti è più difficile”.

Secundo si assicura che tutti gli animali abbiano bevuto prima di essere riportati nel recinto – Foto di Helodie Fazzalari

Il sole inizia a scendere al Camping Los Manzanos, sono circa le 20:30 e dopo aver pascolato per tutto il giorno, è tempo che gli animali vengano riportati nei loro recinti. Stasera Rosa e Secundo non sono soli e al tramonto, con i piedi nella terra, riportiamo anche noi le vacche al recinto. In questa comunità si sono perse diverse cose emblema della società Mapuche, tuttavia stando a contatto con questa realtà per qualche giorno è impossibile non percepire il senso di accoglienza, di famiglia e di legame con la Madre Terra. E’ ormai sera, dopo il tè delle 23:00 ci rintaniamo nelle nostre tende a bordo fiume, ma nemmeno questa notte siamo soli perché il cagnolino di Rosa e Secundo ci scorta giù fino al camping e veglia tutta la notte fuori dalle nostre tende. E’ il mattino del giorno dopo, il mio compagno di viaggio dorme ancora, penso che ho fame ma non ho nulla da mangiare. Sento un rumore, qualcosa casca da un albero alle mie spalle, mi volto, quando a terra e trovo il mio frutto preferito. Alzo gli occhi al cielo e vedo un intero albero di prugne mature, è in questo momento che comprendo il significato di una delle frasi che ho più volte sentito ripetere in questi giorni al Camping Los Manzanos: La terra da tutto.

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“Human Connection”, un nuovo Facebook per un mondo migliore?

13.02.2020 – Armin Siebert – Sputniknews Deutschland – Pressenza Muenchen

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloFranceseTedesco

“Human Connection”, un nuovo Facebook per un mondo migliore?
(Foto di Human Connection)

“Human Connection” è il nome di un nuovo social network che compete con Facebook e inoltre si propone di salvare il mondo. Questa piattaforma di uso pubblico è progettata esclusivamente dall’uomo e per l’uomo, il che esclude la politica e la pubblicità. Il fondatore di questo network, Dennis Hack, pensa che il discorso culturale che ne deriva sia diverso.

Di Armin Siebert, Sputniknews Germania

Signor Hack, prima domanda: cosa rende questa piattaforma diversa o migliore di Facebook? Perché dovrei passare a “Human Connection“?

La differenza maggiore rispetto a Facebook, ad esempio, è che noi siamo una società di pubblica utilità. Contiamo sul fatto di riunire le persone e vogliamo costruire i nostri strumenti per servire l’essere umano. Una società commerciale per sua natura la pensa in modo totalmente diverso. Loro cercano di trattenere le persone il più a lungo possibile sulla piattaforma. Noi ci auguriamo che la gente torni alla vita reale.

Quali sono le caratteristiche o gli strumenti che rendono unica  “Human connection”?

Attualmente stiamo preparando un pulsante di azione: per ogni informazione proponiamo delle azioni. Prendendo il caso di Julian Assange, che è in prigione per questioni legate alla democrazia e alla libertà di stampa, premendo il pulsante di azione possiamo firmare una petizione o scrivere una lettera al tribunale. Questo è qualcosa che non esiste su Facebook.

Da noi tutto è orientato al bene pubblico, senza pubblicità. Si tratta anche di creare un sistema indipendente fatto da esseri umani per gli esseri umani.

Come vi finanziate?

Con donazioni. Abbiamo circa 2.100 donatori che ci aiutano regolarmente. Si tratta di quote tra i 25 e i 27 Euro al mese. È così che finanziamo l’intera organizzazione, le attrezzature informatiche e i programmatori, l’amministrazione, la gestione delle donazioni. E confermo che funziona molto bene.

Come utente, devo partire da zero o è possibile migrare con le mie informazioni digitali da un’altra piattaforma?

No, purtroppo questo non si può fare. Dobbiamo ricreare un profilo. Il concetto è molto diverso. Non permettiamo a nessuna società commerciale di accedere a Human Connection. Quelli di Sputnik non hanno potuto aprire un profilo presso di noi. Non ci deve essere alcuna influenza, sia essa politica, commerciale o mediatica. Con noi, gli utenti sono un riflesso della società.

E lo controllate regolarmente?

Sì, dobbiamo bloccare regolarmente i profili o le pubblicazioni contenenti pubblicità o offerte commerciali. Anche alcuni utenti ci segnalano ciò che non vogliono vedere sulla nostra piattaforma.

Controllare tutto questo è sempre più complesso

Non saprei dire. Ora abbiamo circa 11.000 utenti e sono sempre stati tranquilli in questo senso. Ma abbiamo anche persone distruttive e, nel peggiore dei casi, le buttiamo fuori dalla piattaforma. Tuttavia, questo non è accaduto spesso. Il novanta per cento dei messaggi è legato alla non conformità commerciale. Credo che finora abbiamo bloccato solo cinque utenti.

Quali standard usate per bloccare una persona?

Come in ogni social network, non permettiamo alcun reato estremo, né ciò che è punibile dalla legge. È una decisione difficile, soprattutto quando si vuole essere liberi e lasciare che molte persone si esprimano. Il nostro obiettivo è che un giorno i nostri strumenti soddisfino gli standard. La nostra comunità è molto attenta, proattiva e impegnata a rispettare i nostri standard. Come operatore, teniamo regolarmente incontri con la comunità in cui parliamo apertamente di tutto e ci sviluppiamo. Tutto è molto trasparente.

Spesso si sente dire che internet e i social network sono quel luogo oscuro dove le persone mettono da parte le loro inibizioni. Come evitare i discorsi di odio o altri tipi di discorsi? “Human Connection” attira solo le persone buone?

Human Connection attrae gli estremi, ma alla gente non importa. Le persone vanno d’accordo e la gamma di opinioni è molto ampia. Quando siamo disposti ad accettare l’opinione dell’altro e a pensare insieme ai nostri figli, allora possiamo ritrovarci sullo stesso piano, senza subire molte divisioni. A Human Connection abbiamo un solido nucleo di persone che sostengono il social network, continuano con noi e crescono. Ci sono milioni di ragioni per cui una tale piattaforma esiste. Secondo la mia esperienza, l’uomo è meglio della sua reputazione.

Nella mia esperienza direi che ci sono vari conflitti e gruppi nemici nella rete, soprattutto su temi caldi come la crisi ucraina, la Siria, Trump o l’AFD (Alternativa per la Germania, un partito di estrema destra, N.d.T). Con voi è diverso?

Con noi, l’utilità pubblica crea il quadro che evita l’influenza commerciale o politica. Pertanto, è molto più tranquillo e funziona meglio di quanto pensassi. Con noi, la gente non è lì per infastidire, ma per migliorare la situazione.

Il secondo livello è la struttura Open-Source su cui stiamo lavorando, che è promettente! Entro la fine dell’anno dovrebbe essere possibile installare questo codice e costruire il proprio social network. Non si tratta solo di “Human Connection”, ma della possibilità di creare una rete globale intorno all’Open-Source, una rete mondiale che può essere implementata da tutti noi. Ad esempio, si può utilizzare per aprire una rete scolastica, in modo che i bambini siano protetti meglio che sulle reti commerciali. Se siamo abbastanza veloci in questo settore possiamo stabilirlo prima che entrino in vigore nuove leggi tese a limitare e trasformare l’utente in un burattino dello Stato. Non ci siamo ancora arrivati, ma possiamo già intuire che la cosa sta prendendo forma.

Ho sentito parlare di voi in un’intervista a Telepolis, che non è un media classico. Perché Telepolis e non Bildzeitung? È stata una coincidenza?

(Ride) Non credo che il vostro pubblico ignori la differenza tra questi due media. Non so se sto diventando troppo geopolitico se dico Ponte Atlantico o NATO. Alcune istituzioni hanno una grande influenza su Facebook o qualcosa del genere. Queste reti sono strettamente legate alla politica. Se analizzassimo tutte le loro connessioni, ci ammaleremmo.

Ecco perché è davvero necessario che i media indipendenti non rispondano a una certa direttiva, non spingano certe opinioni e non minaccino costantemente le persone con la paura e il panico.

Fortunatamente per me, questo è un parco giochi che non mi impressiona più. Ecco perché ci concentriamo sul prodotto e mettiamo da parte queste cose. So che sto camminando su un campo minato che rimarrà tale. Stiamo facendo un buon lavoro, nell’interesse pubblico. Facciamo ciò che riteniamo giusto, costruiamo la rete adatta alle persone.

Intervista a Dennis Hack, da riascoltare su Soundcloud.

L’articolo originale di Armin Siebert è stato pubblicato il 18 gennaio 2020 su Sputniknews Germania.

Traduzione dallo spagnolo di Silvia Nocera

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FLASH MOB Patrick Libero: La cultura non si arresta

12.02.2020 – Redazione Milano

FLASH MOB Patrick Libero: La cultura non si arresta
(Foto di https://www.facebook.com/events/597037747813519/)

Sabato 15 febbraio 2020 dalle 18 alle 20

Viale Sondrio angolo via Restelli, di fianco al Consolato Egiziano, Milano

Organizzato da ‎Patrick Libero – الحرية لباتريك چورچ

Ci vediamo al Consolato Egiziano a Milano per urlare ancora una volta che vogliamo Patrick Libero subito!

Porta un libro al flash mob per protestare insieme a noi, a dimostrazione del fatto che la cultura non si arresta!

Nella notte tra giovedì e venerdì, al suo rientro al Cairo, in Egitto, per andare a trovare la famiglia, Patrick Zaki è stato catturato dalle forze di sicurezza del regime del generale Al-Sisi. Patrick è uno studente dell’Università di Bologna, vincitore di una prestigiosa borsa di studio dell’Unione Europea per due anni.

Le nostre richieste sono tre:

L’immediato rilascio di Patrick e la caduta di tutte le accuse a suo carico.

La garanzia che il governo egiziano in futuro non perseguiterà né lui né la sua famiglia, e che gli sia permesso di proseguire con i suoi studi qui in Italia.

L’apertura di un’indagine trasparente sotto supervisione internazionale sulle circostanze del suo arresto e sulle torture subite.

 

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Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani

Ho firmato l’appello di Amnesty International ma gli interessi economici italiani superano le ragioni di giustizia per Giulio Regeni e di Zaki recentemente….

Le parole dei genitori sono parole a vuoto. Scriviamo sapendo di non ottenere nulla, da nessuno.

Egitto & co, tutte le armi italiane che calpestano i diritti umani

Mentre gli amici, le compagne di corso e le associazioni umanitarie sono preoccupati per le sorti di Patrick Zaki, il giovane studente dell’Università di Bologna arrestato e torturato in Egitto, il governo italiano dovrebbe vivere con un certo imbarazzo la vicenda.
La ragione è molto semplice: da anni l’Italia esporta armi verso Paesi in guerra o governati da dittatori, anteponendo il business al rispetto dei diritti umani.

Egitto: il boom di armi italiane

I dati sugli affari che l’Italia fa con il governo di Al Sisi, salito al potere con un golpe nel 2013, sono noti. E quel che è peggio è che il nostro Paese non ha mai smesso di rifornire il regime egiziano, nemmeno quando la tensione era alle stelle per il caso Regeni. Nel 2018 sono arrivate al Cairo più di 69 milioni di euro di armi italiane. Una cifra che già superava di gran lunga i 7,4 milioni del 2017 ed i 7,1 milioni del 2016. Nel 2017, ad un anno dalla morte di Regeni, inoltre, sono stati esportati 17,7 milioni di euro in forniture militari.

E non è finita, perché l’Italia ha in previsione di vendere due Fregate all’Egitto, nel quadro di un programma di forniture militari che varrebbe 9 miliardi di euro.
Ma non è solo di armi, mezzi e forniture varie italiani che Al Sisi fa incetta. Nel 2019, da gennaio a ottobre, sono state spedite al Cairo armi leggere, quindi utilizzabili anche nella repressione di piazza, per oltre 1,5 milioni di euro.

“Il punto della questione – osserva Giorgio Beretta di Opal Brescia e Rete Italiana Disarmo, che ha tracciato un quadro ai nostri microfoni – è che le grandi commesse riguardano due aziende a controllo di Stato, Leonardo e Fincantieri. Anche quando si tratta di piccole commesse, tutto è finalizzato a tenere aperti i rapporti per contratti futuri”.
All’indomani del colpo di Stato di Al Sisi, l’Unione europea aveva sospeso l’invio di armi, anche per volontà dell’ex-ministra degli Esteri Emma Bonino, ma poi l’Italia ha ripreso l’esportazione, fornendo 30mila pistole alle forze di sicurezza egiziane. “È per questo che dico spesso che molto probabilmente chi ha preso in custodia Regeni aveva nella fondina una pistola italiana“, osserva Beretta.

Libia, le motovedette, la formazione e i lager contro i migranti

Lo scorso 3 febbraio il governo italiano ha rinnovato il memorandum con la Libia che, in cambio di soldi, motovedette e formazione, ha effettuato respingimenti per procura in mare e contenuto i flussi migratori verso l’Europa attraverso la detenzione delle persone, la loro tortura e l’estorsione ai loro danni all’interno di veri e propri lager.

L’esportazione di armi verso il Paese coinvolto da una guerra civile è sostanzialmente ferma a causa di un sostanziale embargo dell’Unione europea, ma a quanto pare la frittata era già stata fatta.
“Gli affari sono andati avanti finché è rimasto al potere Gheddafi – sottolinea Beretta – In particolare ci sono 11.100 armi della Beretta che erano stipate nel bunker del dittatore libico e che alla sua morte sono state saccheggiate dalle milizie, come hanno testimoniato tutti i giornali internazionali”.

“Quando ci chiediamo chi sta armando i terroristi – continua l’esponente di Rete Italiana Disarmo – dovremmo sempre chiederci chi sta armando i dittatori, perché se armi un dittatore ci sono solo due possibilità: o che il dittatore usi quelle armi contro la popolazione civile o che, una volta deposto, vadano in mano a gruppi terroristici o di insorti”.

Turchia, la repressione “made in Italy” del Rojava

Nell’ultimo anno il regime di Erdogan ha potuto utilizzare armi italiane per un valore di 102 milioni di euro. Un ulteriore record, se si considera che il picco di export del 2012 si era fermato a 90 milioni di euro.
Tutto ciò è avvenuto e continua ad avvenire nonostante il ministro degli Esteri italiano, Luigi di Maio, abbia firmato lo scorso ottobre l’atto interno ministeriale che interrompeva la vendita di future armi alla Turchia, in seguito all’invasione del nord della Siria e l’attacco alle popolazioni curde del Rojava.

Da qualche anno a questa parte, inoltre, la Turchia di Erdogan non è solo un Paese di destinazione di armamenti, ma anche un partner nella produzione. In particolare negli anni scorsi sono stati realizzati in Turchia gli elicotteri Mangusta, per un valore di 1,2 miliardi di euro.
“La Turchia è il primo Paese della Nato verso cui esporta l’Italia – sottolinea Beretta – e in particolare negli ultimi due anni è emerso come 200mila euro di export riguardino il munizionamento pesante da parte di un’azienda semisconosciuta che risiede in Lazio”.

Arabia Saudita: lo stop arriva solo dai portuali genovesi

Nel maggio del 2019 fece clamore la protesta dei lavoratori del porto di Genova che bloccarono la nave cargo battente bandiera dell’Arabia Saudita Bahri Yambu, carica di armi destinate alla sanguinosa guerra in Yemen. Le responsabilità dell’Italia nei crimini compiuti dall’Arabia Saudita in Yemen è stata al centro dell’attenzione mondiale. In particolare, fece scalpore il ritrovamento di reperti di bombe che, con la certificazione dell’Onu, vennero fatte risalire alla Rwm, azienda tedesca che ha siti produttivi anche in Italia. “I reperti delle bombe riportavano la sigla A4447, che corrisponde allo stabilimento di Ghedi, nel bresciano”, sottolinea l’esponente della Rete Italiana Disarmo.

Dopo lo scandalo, fu sospesa l’esportazione delle bombe Rwm, ma è continuato l’export di altri sistemi militari, che pure potevano essere utilizzati nella guerra in Yemen, così come di armi leggere.

Gli altri scenari: il Golfo Persico

La lista dei Paesi, retti da dittatori o che violano sistematicamente i diritti umani, verso cui esporta armi l’Italia è ancora molto lunga. Sicuramente un ruolo principale lo occupano i Paesi del Golfo, che ormai rappresentano il 50% delle vendite militari italiane nonostante siano in una zona molto calda.
Negli ultimi anni l’Italia ha fornito al Kuwait 28 eurofighter, dei cacciabombardieri, per un valore di 7,5 miliardi di euro. Le corvette vendute al Qatar hanno invece fruttato circa 5 miliardi di euro, mentre altri sistemi navali sono stati forniti agli Emirati Arabi.

Lo Stato italiano è illegale

La questione non ha solo un carattere morale di inopportunità. Tutto il business italiano nell’export di armamenti verso Paesi in guerra o retti da regimi che non rispettano i diritti umani, infatti, è illegale.
Lo dice chiaro e tondo una legge, la 185/90, che regola le esportazioni di armamenti e pone dei limiti.

In particolare, all’articolo 6 della legge viene dettagliata la casistica che vieta l’export di armamenti.
In particolare, in due punti, si legge che l’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono vietati: “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere” e “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’Ue o del Consiglio d’Europa“.

Anche in questo caso, però, nel nostro Paese vige il motto “fatta la legge, trovato l’inganno”. “La legge parla di gravi violazioni dei diritti umani accertati dall’Onu o dall’Ue – sottolinea Beretta – per cui se chi deve accertare non lo fa, non significa che in quei luoghi non vengano violati. Allo stesso modo per le guerre: chi dichiara guerra oggi? Spesso si utilizza l’escamotage in cui il governo precedente che è stato deposto chiede un intervento militare alla comunità internazionale”.
Detta in altre parole, l’ipocrisia dell’Italia e di altri Paesi europei sta tutta nel premurarsi di non incorrere in sanzioni per la violazione di divieti delle Nazioni Unite o dell’Europa, ma se questi divieti non vengono emanati, il nostro governo non si pone scrupoli e autorizza le esportazioni.

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La prima emergenza sanitaria nell’epoca dell’Intelligenza artificiale

Big Data e quarantena. Il sistema «securitario» è utilizzato per facilitare il lavoro dei medici e i timori della popolazione. Ricerche sui propri viaggi, segnalazione da telecamere intelligenti, e-learning per la chiusura delle scuole

Controlli della temperatura in stazioni e aeroporti cinesiControlli della temperatura in stazioni e aeroporti cinesi

© Ap

Simone PieranniIl Manifesto

EDIZIONE DEL12.02.2020

PUBBLICATO11.2.2020, 23:59

La principale preoccupazione di molti cinesi nell’epoca dell’esplosione del coronavirus è causata dalla necessità di sapere se nel corso dei giorni precedenti allo scoppio dell’epidemia è capitato di stare a contatto o vicino a qualcuno contagiato dal virus.

Saperlo – nella Cina di oggi – è diventato semplicissimo: le compagnie telefoniche cinesi e alcune applicazioni (ad esempio quelle delle ferrovie statali) hanno approntato dei sistemi attraverso i quali le persone hanno potuto controllare se nel corso dei propri spostamenti in treno o aereo, erano vicini o a contatto con qualcuno che è finito poi contagiato o peggio ancora ammalato e ricoverato in qualche ospedale.

CHINA MOBILE ha comunicato ai cittadini di Pechino che da qualche giorno esiste la possibilità di controllare attraverso il servizio ad hoc i propri spostamenti negli ultimi 30 giorni. Sembra una cosa incredibile ai nostri occhi, uno sfregio alla privacy – la propria e quella di passeggeri di treni e aerei ignari dei controlli sul loro stato di salute – eppure in Cina è risultata una mossa piuttosto positiva – stando ai feedback di questi servizi da parte degli utenti – per rassicurare gli animi.

La potenza delle app cinesi, dedicate allo stretto controllo degli spostamenti della popolazione e accusate spesso di essere nient’altro che un dispositivo securitario nonché punto di partenza di future smart city iper sorvegliate e «sicure», è stata presentata dal governo cinese e dagli operatori come un grande servizio in una situazione emergenziale.

Come ha scritto Reuters, il coronavirus avrebbe fatto emergere «dall’ombra» il sistema di sorveglianza cinese. Più che un’emersione, in realtà, si potrebbe dire che il virus ha consentito un utilizzo ad hoc di strumenti che i cinesi sono abituati a usare o «subire» ogni giorno. Siamo infatti di fronte alla prima emergenza sanitaria nell’epoca dell’intelligenza artificiale e seppure in una situazione drammatica e complicata, ancora una volta, la Cina indica una via. Reuters riporta un altro utilizzo dell’intelligenza artificiale nell’odierna Cina, uno dei tanti esempi possibili: un uomo di Hangzhou – città nel sud del paese – rientrato in casa era stato avvisato dalla polizia: meglio se resti a casa, gli avevano detto.

IL FATTO È che lui era appena tornato da Wenzhou, un luogo considerato altamente contagiato. La targa della sua auto era stata registrata dalle videocamere e successivamente – una volta rientrato a casa – la polizia di Hangzhou lo aveva messo all’erta: a causa del luogo di provenienza sarebbe dovuto stare a casa, misurarsi la febbre e nel caso contattare le autorità sanitarie della città. Dopodiché, annoiato, è uscito di casa: «Questa volta, non è stato contattato solo dalla polizia ma anche dal suo datore di lavoro. L’uomo era stato avvistato vicino al lago di Hangzhou da una telecamera con riconoscimento facciale e le autorità avevano avvisato anche l’azienda»: non stava rispettando le direttive.

NELLA CINA DEL CORONAVIRUS esistono nuove possibilità per le aziende hi-tech: ora come ora, benché non lo confesseranno mai, sono di fronte a un’occasione unica per aumentare la benzina principale delle proprie invenzioni, altri dati, tantissimi.

Scossa dalla paura e dalla preoccupazione, le già deboli resistenze all’invasione della propria privacy, sono state definitivamente seppellite: la società di riconoscimento facciale Megvii ha dichiarato «di aver sviluppato un nuovo modo di individuare e identificare le persone con febbre, grazie al sostegno del ministero dell’industria e della scienza».

Il suo nuovo «sistema di misurazione della temperatura» utilizza i dati del corpo e del viso per identificare le persone ed è già in fase di sperimentazione in un distretto di Pechino. Si tratta di un esempio – anche Baidu, il principale motore di ricerca cinese ha annunciato che il suo Lab di intelligenza artificiale avrebbe realizzato un dispositivo simile – che permette di analizzare le caratteristiche in atto da tempo: aziende private che, supportate dallo Stato, sviluppano nuovi prodotti «intrusivi» (e in questo caso anche utili, si dirà). L’azienda può poi vendere all’estero la sua creazione, perfezionata grazie alla possibilità di accedere a ogni dato; lo Stato ha sotto mano spostamenti e dati per assicurarsi che tutto proceda secondo le proprie direttive.

SUL FRONTE DEL RICONOSCIMENTO facciale non è finita qui: SenseTime, un altro dei fiori all’occhiello del sistema, ha sostenuto di essere in grado di identificare anche le persone che indossano maschere.

Si tratta di un aspetto importante, specie in questo momento: in Cina ormai, oltre allo smartphone, per fare una marea di cose (pagare, prenotare, espletare attività in banca o negli uffici pubblici) serve soprattutto la propria faccia. Solo che con l’utilizzo massiccio delle mascherine la tecnologia ha dato segnali di imperfezione (sottolineati anche ironicamente sui social cinese, da persone che a causa dell’abitudine ormai a portare la mascherina fallivano il riconoscimento per entrare nella propria casa).

LA SOCIETÀ DI TELECAMERE di sorveglianza Zhejiang Dahua di recente ha affermato di «essere in grado di rilevare la febbre con telecamere a infrarossi con una precisione entro 0,3 gradi». Un uso specifico per luoghi affollati come ad esempio un treno. Infatti, in un’intervista sulla Xinhua, Zhu Jiansheng dell’Accademia cinese delle scienze, ha spiegato «come la tecnologia possa aiutare le autorità a trovare su un treno persone che potrebbero essere esposte a un caso confermato o sospetto di coronavirus: otterremo informazioni pertinenti sul passeggero, incluso il numero del treno, e le informazioni sui passeggeri che erano vicini alla persona».

Esistono altre applicazioni dell’Ai cinese in corso: quella più famosa dalle nostre parti è relativa all’utilizzo dei droni per avvisare le persone a indossare le mascherine (è girato molto un video nel quale nella Mongolia interna un’anziana signora riceveva la visita di un drone).

Ci sono poi i robot che si occupano di attività all’interno degli ospedali che metterebbe a repentaglio le persone, come la disinfestazione, la consegna dei pasti o la pulizia nelle aree degli ospedali adibite ai contagiati e agli ammalati di coronavirus. Infine gli assistenti vocali: con l’utilizzo dell’Ai vengono usate per chiedere informazioni a persone a casa, immagazzinare dati e suggerire terapie o ricoveri immediati.

IN 5 MINUTI GLI ASSISTENTI vocali cinesi fanno 200 chiamate sgravando non poco il lavoro degli ospedali. Come ha sottolineato il portale in mandarino Yesky «questo servizio di chiamata robotizzata può aiutare i medici in prima linea a controllare la situazione. Con tecnologie come il riconoscimento vocale, la comprensione semantica, il dialogo uomo-macchina i robot sono in grado di comprendere con precisione i linguaggi umani, ottenere informazioni di base e dare risposte».

Non manca il «lato» della ricerca medica. A questo proposito il sito della Cyberspace Administration of China, in un articolo intitolato «L’intelligenza artificiale e i big data aiutano la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci contro il coronavirus», ha annunciato l’avvio di un piano di «ricerca e sviluppo di farmaci grazie all’intelligenza artificiale e a piattaforme di condivisione di big data», oltre a ogni genere di ricerca e materiale bibliografico sul coronavirus. Su questo tema, però, nonostante gli annunci la comunità scientifica è piuttosto concorde nel sottolineare come i tempi per una cura, per non parlare dei vaccini, non siano proprio dietro l’angolo.

C’è infine l’aspetto legato alle conferenze virtuali e all’e-learning su cui la Cina investe da tempo e che di recente, a causa della chiusura delle scuole e degli uffici, ha visto una rinnovata attenzione e sperimentazione. Per le scuole sono stati utilizzati software già pronti da tempo che consentono di collegare contemporaneamente più alunni, fornendo all’insegnante tutti i dati necessari, compresi quelli registrati dalle telecamere sull’attenzione dimostrata dall’alunno durante la lezione.

Ma tutto questo è già realtà in Cina, al di là dell’attuale situazione di emergenza.

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