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NOI NON OSCURIAMO IL DRAMMA DEL POPOLO CURDO COME FA FACEBOOK

A Bologna bella manifestazione contro l’attacco della Turchia al popolo curdo

di Alberto Negri

Dagli anni 70 al Rojava. L’Italia ora fa la voce grossa ma quando nel 2016 venne in Italia il capo del partito filo-curdo Hdp, oggi in carcere, non fu ricevuto da nessuno del governo Gentiloni
Il lungo tradimento dei curdi da parte degli americani comincia negli anni Settanta e oggi nel Nord della Siria, il Rojava curdo, si è aperto il capitolo più devastante: il massacro di un popolo e dei princìpi più basilari di giustizia, diritto internazionale e democrazia, l’umiliazione degli Stati uniti, incapaci di fermare il Califfo Erdogan, un’Europa sotto ricatto e la virtuale disarticolazione della Nato – a 70 anni dalla sua fondazione – non a opera di un attore esterno ma di uno stato membro come la Turchia dal 1953.
Erdogan, che in Turchia ha dozzine di basi e missili Nato puntati su Teheran e Mosca, dell’Alleanza si fa beffe. Dopo il golpe fallito del 15 luglio 2016 chiuse Incirlik e fece circondare il quartiere generale Nato di Istanbul: ero lì, davanti ai cancelli, con i militari occidentali consegnati e guardati a vista, ma nessuno disse una parola. Poi non a caso Erdogan ha comprato gli S-400 da Putin. Ricatta tutti, non con machiavellica abilità ma perché sa di affondare il coltello in un ventre molle.
O Erdogan viene fermato militarmente in Rojava, dove sta creando un nuovo stato islamico, e lì colpito, in qualunque maniera, oppure il ricatto proseguirà all’infinito, anche sotto sanzioni o embargo.
È una situazione che abbiamo voluto e agevolato con l’inettitudine dell’Occidente, Italia compresa. Anche aiutare la Turchia democratica, come scrive Michele Serra su Repubblica, suona drammaticamente ironico: a piazza Taksim abbiamo abbandonato nel 2013 la «Turchia democratica». Il governo italiano che adesso fa la voce grossa quando nel 2016 venne in Italia il capo del partito filo-curdo Hdp, Selahettin Demirtas, oggi in carcere, non fu ricevuto da nessun rappresentante del governo Gentiloni per non irritare Ankara.
E l’ambasciatore turco Salim Esenli, appena convocato alla Farnesina, ha dato in escandescenze urlando che: «L’Italia dal terrorismo delle Br non ha imparato nulla, perché i curdi sono terroristi».
Ma ecco come il passato si ripete e come si occulta da anni una versione della storia. Chi l’ha vissuta non dimentica. Nel 1972 lo Shah di Persia sosteneva la resistenza curda contro l’Iraq ma i curdi non si fidavano: temevano che se avesse raggiunto un accordo con l’Iraq sul petrolio e il confine dello Shatt el Arab nel Golfo li avrebbe poi abbandonati. Il leader curdo Mustafa Barzani chiese allora a Reza Palhevi, che si atteggiava a guardiano del Golfo per conto degli Usa, di coinvolgere Washington come garanzia del suo impegno.
Lo Shah ottenne l’intervento di Nixon durante un viaggio a Teheran. La supervisione delle operazioni anti-irachene fu affidata a Henry Kissinger che, come segretario di Stato, rimase al suo posto anche dopo il 1974 quando il repubblicano Nixon fu costretto alle dimissioni dallo scandalo Watergate (le intercettazioni illegali di danni del partito democratico). Il clima politico e il contesto di allora ricordano in qualche modo quello di oggi, con Trump nel mirino dell’impeachment per il Russiagate e l’Ucraina.
Ecco quello che accadde. Nell’ottobre 1973 esplode la guerra dello Yom Kippur tra arabi e israeliani con un attacco a sorpresa egiziano e siriano. I curdi, con l’Iraq impegnato a inviare battaglioni sul fronte, intravedono l’opportunità di attaccare. Ma da Kissinger viene un «no» deciso all’operazione. Oggi sappiamo perché: gli arabi avevano decretato l’embargo petrolifero, con un aumento del 400% dei prezzi del greggio, ma gli americani avevano continuato segretamente a rifornirsi dalla saudita Aramco e non volevano irritare troppo i nemici di Israele in un conflitto che terminò senza esiti risolutivi.
Israele comunque annotò sul taccuino che i curdi potevano essere potenziali alleati contro gli arabi, tanto è vero che un paio di anni fa Netanyahu, alla vigilia del referendum curdo iracheno sull’indipendenza, ha dichiarato che «Israele supporta il legittimo sforzo del popolo curdo nel costruire un proprio Stato».
I curdi allora obbedirono all’ordine di Kissinger ma poco dopo pagarono amaramente la loro fiducia negli americani. Nel 1975 Iraq e Iran raggiunsero l’accordo di Algeri sul confine dello Shhat el Arab e furono abbandonati al loro destino: senza armi, munizioni, rifornimenti e migliaia di profughi, più o meno come avviene in queste ore.
Gli Usa oggi come allora hanno lasciato i curdi senza anti-aerea e rischiano una disfatta epocale dopo avere contributo alla sconfitta dell’Isis. Non è proprio una esclusiva di Kissinger e Trump. Nel 2011 Obama ritira le truppe lasciando l’Iraq senza aviazione: quando nel 2014 l’Isis avanza, l’esercito iracheno si sfalda e dopo avere catturato Mosul sarebbe entrato a Baghdad se non ci fossero state le milizie sciite guidate dal generale iraniano Qassem Soleimani.
Ma oggi nel Rojava, rispetto al Kurdistan iracheno del 1975, c’è una miscela ancora più esplosiva: i turchi metteranno i jihadisti nella «fascia di sicurezza» a fare da antemurale ai curdi. Uno stato islamico protetto dal Califfo Erdogan.
Il lungo tradimento dei curdi da parte degli Usa si prolungò durante la guerra Iran-Iraq quando i curdi iracheni, il 16 marzo 1988, furono attaccati con le armi chimiche dall’esercito iracheno: 5mila morti, in un campagna militare che fece tra i curdi 100mila vittime su un milione di caduti in tutto il conflitto. Ma nessuno condannò mai l’attacco chimico di Halabja e Saddam restò un alleato dell’Occidente e delle monarchie del Golfo fino all’invasione del Kuwait nel ’90. Eppure l’amministrazione Reagan sapeva perfettamente che erano state usate armi chimiche (gas nervino) e da dove provenivano.
Cosa era accaduto ce lo raccontarono allora i superstiti in fuga da Halabja ricoverati negli ospedali iraniani. E il cronista ora è costretto a riaprire di nuovo il taccuino sulle conseguenze di questo ennesimo tradimento occidentale: una bella stretta di mano al Califfo Erdogan alla Casa bianca e tutto sarà finito.
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Meeting Minutes

Meeting minutes del mattino del 22 ottobre 2019

” Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente.
Essere fedeli a ogni sentimento, a ogni pensiero che ha cominciato a germogliare.
Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori ”
(Diario, 30 settembre 1942)

Etty Hillesum

Il nostro esseri cristiani consiste oggi solamente in due cose: nel pregare e nel fare il giusto tra gli uomini : tutto il pensiero, la divulgazione e l’organizzazzione delle faccende del cristianesimo devono rinascere da questo pregare e da questo fare.

Dietrich Bonhoeffer

* 1992 muore a Roma lo scrittore Carlo Bernari

* San Giovanni Paolo (cattolici)

*Simchat Torà ebraismo)

E’ destino che mescola le carte, ma è l’uomo che gioca la partita

Victor Hugo

 

Preghiera di Zwingli per il popolo curdo: stiamo valutando la possibilità di lasciare definitivamente Facebook che ha oscurato le pagine della resistenza curda, Viviamo lo stesso senza il social.
[Preghiera a Dio]
Fa’ come vuoi
perché io non ho bisogno di nulla.
Io sono il tuo vascello
da riparare o da distruggere.

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Il patto sui missili Russia-Cina che mette in crisi gli Usa

– Giuseppe Gagliano – Il Sussidiario net
C’è una sinergia di Mosca con Pechino per costruire un sistema di difesa antimissile. Un avvertimento serio per Trump
La Russia sta aiutando la Cina a costruire un sistema di allarme rapido per contrastare gli attacchi missilistici, ha rivelato due settimane fa Vladimir Putin durante una conferenza a Sochi. In particolare, Putin ha sottolineato che Mosca sta contribuendo ad aiutare la Cina ad aumentare le sue capacità di difesa antimissile. Certamente questa sinergia contribuirà in modo significativo ad incrementare la capacità di difesa della Repubblica popolare cinese soprattutto perché al momento attuale solo gli Stati Uniti e la Russia sono dotati di un tale sistema.

In primo luogo, sotto il profilo della cooperazione tecnica e militare, non c’è dubbio che questa nuova sinergia rafforzi la partnership sino-russa al punto che si potrebbe parlare di una premessa per costruire una vera e propria alleanza su base militare volta a limitare e contenere l’egemonia americana.

In secondo luogo, questa partnership determinerà certamente un incremento della corsa agli armamenti strategici che risulta ormai evidente sia dai test missilistici cinesi sia dall’alto valore simbolico della parata militare in occasione della fondazione della Repubblica popolare cinese.

In terzo luogo la costruzione di un’infrastruttura tecnologica militare così avanzata permetterebbe di creare una rete congiunta di missili balistici sino-russa in grado di intercettare quelli americani. Se, in un’ipotetica guerra, gli Stati Uniti volessero attaccare la Cina è assai probabile che i missili intercontinentali americani vengano lanciati dall’Artico, missili la cui traiettoria sarebbe individuata dal sistema di allarme rapido russo che avrà quindi la possibilità di allertare immediatamente Pechino.

In quarto luogo, se il presidente russo ha pubblicamente fatto questo annuncio non è stato di certo casuale ma, al contrario, è stato un vero e proprio avvertimento o monito lanciato al presidente Trump in relazione al ritiro dal trattato sulle forze nucleari.

In quinto luogo, lo sviluppo di una così sofisticata infrastruttura militare consentirà sia alla Russia che alla Cina di risparmiare. Un sistema di questo genere dovrebbe essere in grado di coprire non solo Mosca e San Pietroburgo, ma anche Pechino, Tianjin, la provincia di Hebei, l’area del Delta del fiume Yangtze, l’area della Grande Baia nel sud della Cina.

In sesto luogo se valutiamo in modo congiunto da un punto di vista strategico il fatto che Cina sta attualmente sviluppando e testando il missile balistico ipersonico di medio raggio Dong Feng-17 la cui portata dovrebbe essere compresa tra i 1.800 e 2.500 chilometri – portata che in linea teorica consentirebbe al Dragone di raggiungere la Sud Corea e il Giappone – e la recente partnership di cui abbiamo fatto cenno poc’anzi, gli equilibri nel contesto della deterrenza nucleare saranno destinati a mutare profondamente e a ridimensionare l’egemonia americana.

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Meeting Minutes serale

Meeting Minutes serale

Non abbiamo festeggiato il 6 ottobre, come giornata  del quaccherismo dei  liberal. ma come conservative del nostre radici cristiane. riteniamo cosa utile questo mese fare  un momento specifico di sola preghiera serale. Abbiamo scelto questo autore: un protestante moderno, di livello spirituale elevato e senza paragoni. Amio avviso.

Potete dedicarla, secondo le vostre intenzioni, alla persona che amate o al vostro nemico razzista : le vie del Signore sono infinite. Tutti temiamo manganelli o intolleranza razziale o di altra natura. A mio padre non ho potuto mai fare il coming out perché mi precedeva sempre dicendo:  “meglio un figlio morto che un invertito”.

Ciascuno ha la sua storia. Oggi guardo il DVD quacchero “L’ultima conquista” con John Wayne e Gail Russel. I tempi sono cambiati fortunatamente per molti. Non ancora per tutt*

Voglio stare in silenzio,
Signore, e attenderti.
Voglio stare in silenzio e
comprendere la tua realtà.
Voglio stare in silenzio
per essere vicino alle cose
da te create e
ascoltare la loro voce.
Voglio stare in silenzio
per riconoscere, fra tante,
la tua voce.
«Quando ogni cosa
era immersa nel silenzio
– dice la Bibbia –
la tua parola di potenza
venne dal cielo».
Voglio stare in silenzio
e scoprire, stupito,
che tu hai una parola
per me.
Non sono degno
di accoglierti, Signore,
eppure: pronuncia
una sola parola
e l’anima mia vivrà.

(Jörg Zink)

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Meeting Minutes

 

Meeting Minutes del 21 ottobre 2019: buona settimana con l’Amico Gesù

PREGHIERA DELLA DOMENICA MATTINA
” Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano.
Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa:
cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani, ma anche questo richiede una certa esperienza.
Ogni giorno ha già la sua parte.
Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso prometterti nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi.
L’unica cosa che possiamo salvare in questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzetto di te in noi stessi, mio Dio.
E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Si, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi.
E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi….Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste
di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio.
Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato….”

Etty Hillesum

Il compito può essere: nom mettere a soqquadro il mondo, ma fare effettivamente il necessario (avendo di mira la realtà) in un dato luogo, e farlo efficacemente

Dietrich Bonhoeffer

* 1945 Francia: le donne votano per la prima volta

* 1999 In Cecenia , per contrastare la lotta indipendentista, iniziano i bombardamenti russi contro i civili,

Chi schiavizza gli altri precipita a sua volta sempre più nella schiavitù

Bernhard Haering

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Un milione di manifestanti anti-Brexit marciano per le strade di Londra chiedendo un nuovo referendum

20.10.2019 – Londra – Silvia Swinden

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Un milione di manifestanti anti-Brexit marciano per le strade di Londra chiedendo un nuovo referendum
(Foto di People’s,vote March Facebook)

“Secondo gli organizzatori della protesta, più di un milione di manifestanti si sono riversati nelle strade del centro di Londra per chiedere un secondo referendum, mentre Boris Johnson ha subito un’altra umiliante sconfitta. Le riprese aeree hanno mostrato scene straordinarie, mentre una folla di persone marciava da Park Lane a Parliament Square a Westminster, nel mezzo di uno storico regolamento di conti alla Camera dei Comuni”. (The Mirror).

“Centinaia di migliaia di persone si uniscono alla marcia del “voto popolare” a Londra per chiedere un secondo referendum sulla Brexit” (The Guardian).

Il primo ministro Boris Johnson ha perso un’altra volta in Parlamento: i deputati si sono rifiutati di sostenere il suo nuovo accordo sulla Brexit, in quanto è stato presentato senza il tempo per leggerlo e decidere se avesse risolto i problemi che hanno reso il processo un incredibile pasticcio negli ultimi tre anni.

La differenza principale sembra essere che, mentre tutte le precedenti proposte avrebbero creato un vero e proprio confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda (distruggendo l’accordo del Venerdì Santo che ha portato la pace in Irlanda dopo decenni di terribile violenza settaria), l’accordo attuale pone il confine tra la Gran Bretagna e l’UE nel Mare d’Irlanda, lasciando di fatto l’Irlanda del Nord all’interno dell’unione doganale dell’UE. Una soluzione inaccettabile per il DUP (Democratic Unionist Party, un partito protestante di destra dell’Irlanda del Nord, N.d.T.) e altre fazioni lealiste.

Poiché è stato costretto per legge a chiedere un’altra proroga all’Unione Europea, il Primo Ministro ha inviato la lettera con la richiesta, ma non l’ha firmata, accompagnandola con un’altra lettera che spiegava la sua posizione.

A tre anni dal referendum del Brexit sono ora disponibili molte informazioni che non erano note al momento del voto, mostrando gli effetti dannosi per l’economia britannica, gli standard di sicurezza, ecc. e le menzogne raccontate alla gente. Coloro che chiedono che tutte le proposte, compreso un nuovo referendum, siano sottoposte alla gente hanno ragione e il numero di manifestanti per le strade lo dimostra, ma il tempo a disposizione potrebbe essere scaduto.

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Meeting Minutes

Uno scritto di Bori: Meeting Minutes domenicale del 20 ottobre

YOUR DAY

The best way

To start your day

Is to simply

Pause to pray

David Herr

Tutti abbiamo paura delle verità:  e in fondo questa paura di Dio

Dietrich Bonhoeffer

Ho capito pian piano che nei giorni in cui
proviamo avversione per il prossimo,
in fondo proviamo avversione per noi stessi (…)

_Etty Hillesum

2011 : Spagna : l’ETA depone le armi

2011: Libia: ucciso Gheddafi

Scopo della religione non è portare una persona in paradiso, ma il paradiso nel suo cuore

Thomas Hardy

Ho trovato sul web uno scritto del prof. Bori che con la sua “Lettera” divulgava ai simpatizzanti degli Amici il suo lavoro nei decenni passati: preferiamo ricordarlo così, con un testo scritto di suo pugno. Aderiva all’area liberal ed era l’unico formalmente iscritto in Italia  alla Società degli Amici a Londra, dopo la rinuncia alle vesti di prete per un matrimonio felice (cosa che nascondeva a quaccheri stessi, per ragioni non note). Rimane il suo sito, scivolato ormai nelle pagine interne di Google per assenza di nuovi contenuti. E i suoi libri pubblicati. Divenne professore dell’Unesco, prima della morte.

George Fox (1624-1691), apprendista calzolaio, inizia la sua predicazione nel 1649 in Inghilterra, in un’epoca ricca di nuovi fermenti religiosi. Propone una dottrina radicale della “luce interiore” che attira numerosi seguaci. Fox li chiama “Friends” (Amici, da Gv 15, 15); il termine “quaccheri” (dal verbo to quake, “tremare”) deriva, secondo alcuni, dal tremito mistico che scuote i seguaci di Fox durante le loro riunioni; secondo altri sarebbe stato usato per la prima volta da un magistrato al quale Fox aveva detto che anche per i giudici era venuto il tempo di “tremare di fronte al Signore”. I primi quaccheri predicano – in virtù della “luce interiore” ugualmente concessa a ogni uomo – un ideale sociale egualitario, tradotto in gesti come il rifiuto di togliere il cappello di fronte alle autorità e del giuramento, la sobrietà negli abiti, il divieto del teatro e di altri divertimenti “pagani”. Nelle loro prime riunioni escludono qualunque forma di predicazione, rituale o sacramento: attendono semplicemente, in silenzio, l’ispirazione di Dio, che potrà spingere qualcuno a prendere la parola (o in occasioni più rare a manifestazioni mistiche come i famosi “tremiti” o simili), ma potrà anche non manifestarsi affatto.

Come conseguenza del loro atteggiamento anti-autoritario i quaccheri sono severamente perseguitati, particolarmente nel periodo della restaurazione Stuart, e circa tredicimila sono imprigionati. Il quaccherismo sopravvive anche grazie all’elaborazione teologica di Robert Barclay (1648-1690) e alla conversione dell’aristocratico William Penn (1644-1718), figlio di un ammiraglio inglese e futuro fondatore della colonia chiamata, dal suo nome, Pennsylvania, che dal 1682 accoglie numerosi quaccheri che lasciano l’Inghilterra. Sembra che l’esodo sia di proporzioni tali da fare dei quaccheri nell’anno 1700 la prima denominazione religiosa del Nuovo Mondo.

In seguito, declinano sia il loro numero sia il potere politico che avevano acquisito, a causa dell’ostinato rifiuto di favorire, anche indirettamente, qualunque iniziativa militare, pure se meramente difensiva. Secondo alcuni autori l’influenza del quietismo cattolico (che incitava a “far tacere” le proprie personali ispirazioni, attendendo ogni cosa da Dio) avrebbe esercitato un’influenza negativa sulla crescita del movimento. Nell’Ottocento i quaccheri patiscono dapprima uno scisma liberale (gli hicksiti), quindi – come reazione – uno scisma conservatore (i wilburiti). Diminuiscono di numero negli Stati Uniti (cui daranno peraltro due presidenti, Herbert Hoover – 1874-1964 – e Richard Nixon, 1913-1994), ma – tra l’Ottocento e il Novecento – lanciano con successo un’opera missionaria, e secondo alcune statistiche il gruppo locale (meeting) più numeroso sarebbe oggi quello dell’Africa Orientale.

Il meeting mensile, la riunione fondamentale di culto (silenzioso, secondo lo schema di Fox, nelle congregazioni più tradizionali; più vicino al normale culto protestante in altre) è l’elemento fondamentale che tiene uniti i quaccheri. Accanto al meeting mensile, quello trimestrale riunisce più congregazioni di una medesima area geografica e il meeting annuale riunisce tutti i quaccheri di una determinata denominazione o zona. Benché negli anni si sia assistito a un inevitabile processo di istituzionalizzazione, la dottrina della “luce interiore” fa ancora sì che ogni uomo, donna e anche bambino sia libero di prendere la parola in qualunque meeting. Se è vero che alcune congregazioni hanno introdotto “ministri” a tempo pieno, il principio fondamentale è quello che “tutti i fedeli sono ministri”. I meeting annuali eleggono uffici e commissioni, che hanno un significato di servizio più che di gerarchia e dove le cariche sono soggette a rotazione. Nonostante le loro peculiarità indubbiamente originali, i quaccheri sono impegnati nel movimento ecumenico e lo United Meeting partecipa al Consiglio Mondiale (o Ecumenico) delle Chiese.

In Italia l’attività dei quaccheri non è mai stata particolarmente rilevante. Per diversi anni vi è stata una presenza di simpatizzanti (“Amici degli Amici”, o “Amici dei Quaccheri”), che hanno avuto come coordinatore nazionale fino al 1994 Davide Melodia. L’attuale gruppo di Bologna – che pubblica anche Lettera Quacchera – nasce da un documento, “La nostra Via”, sottoscritto da un gruppo di “Amici degli Amici” nel settembre 1998, e celebra ora gli incontri silenziosi due volte al mese presso una libreria bolognese.

Il primo articolo di fede dei quaccheri recita che “la vera religione consiste nell’incontro personale con Dio più che nel rito e nelle cerimonie”. Il centro della dottrina quacchera è la “luce interiore” (inner light) che da Gesù Cristo attraverso lo Spirito Santo raggiunge direttamente ogni uomo in ogni tempo. Secondo Barclay, per ogni persona c’è un dies visitationis in cui è “visitato” da Dio e si accorge di avere in sé la “luce interiore”. Da quel momento la “luce” guida i passi di ciascuno, spingendolo al bene. La Scrittura non è inutile, ma è sottoposta alla “luce interiore”, dalla cui fonte è oggettivamente scaturita e grazie alla quale ogni uomo è soggettivamente in grado di farne applicazione a se stesso. Non è la Scrittura il criterio di controllo dei suggerimenti della “luce interiore”, ma è invece la “luce interiore” che è il criterio di interpretazione della Scrittura.

Trasformato dallo “Spirito interiore”, il quacchero ha formato Cristo in se stesso, ma deve essere fedele a questa “nuova nascita” attraverso un comportamento coerente, le buone opere, l’impegno per la giustizia e per la pace. I quaccheri riconoscono un “battesimo interiore dello Spirito” e un’eucaristia “interiore” come partecipazione intima dell’uomo al Corpo Celeste di Cristo: entrambi non richiedono segni esteriori, e anzi questi sono considerati sostanzialmente inutili. Originariamente, i quaccheri rifiutavano anche qualunque forma di magistero e di ministero professionale. Oggi numerosi gruppi adottano il “culto programmato” guidato da un ministro (spesso non a tempo pieno), con un uso maggiore della Bibbia. Il quacchero crede tuttavia fermamente che “lo Spirito soffia dove vuole”, e che la sua vita spirituale è guidata dalla “luce interiore”, non da un’autorità esteriore o da un pastore.

B.: Sulle origini: Hugh Barbour – Arthur O. Roberts, Early Quaker Writings, 1650-1700, William B. Eerdmans Publishing Company, Grand Rapids (Michigan) 1973; Phyllis Mack, Visionary Women. Estatic Prophecy in Seventeent-Century England, University of California Press, Berkeley – Los Angeles – Londra 1994; e Larry H. Ingle, First Among Friends. George Fox and the Creation of Quakerism, Oxford University Press, New York – Oxford 1996; sugli sviluppi: Leonard S. Kenworthy, Quakerism, Prinit Press, Durbin (Indiana) 1981; sulla spiritualità, Douglas V. Steere (a cura di), Quaker Spirituality. Selected Writings, Paulist Press, New York – Ramsey – Toronto 1984; e in prospettiva fenomenologica, Édouard Dommen, Les quakers, Cerf Fides, Parigi – Montréal 1990. In italiano, si vedano: John Sykes, Storia dei Quaccheri, trad. it., Sansoni, Firenze 1966; Giorgio Vola, I Quaccheri, Claudiana, Torino 1980; e George Fox – John Woolman e altri, La Società degli Amici. Il pensiero dei Quaccheri da Fox (1624-1691) e Kelly (1883-1941), trad. it. a cura di Pier Cesare Bori e Massimo Lollini, Linea d’Ombra, Milano 1984.

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Ministri, generali e ammiragli italiani alla corte del sultano Erdogan

18.10.2019 – Antonio Mazzeo

Ministri, generali e ammiragli italiani alla corte del sultano Erdogan
(Foto di http://www.lakenheath.af.mil)

Non sono solo gli elicotteri da guerra di Leonardo-Finmeccanica e le batterie anti-missile SAMP-T dell’Esercito schierate ai confini con la Siria a documentare la solidità della partnership strategico-militare tra l’Italia e la Turchia. Nonostante la svolta reazionaria del regime dopo il controverso golpe del luglio 2016 e la crescente escalation militare contro i Kurdi in Turchia e Siria, il Ministero della difesa italiano ha intensificato con Ankara il numero delle esercitazioni aeree, terrestri e navali, le visite ufficiali di ministri, sottosegretari e alti comandanti delle forze armate, le attività di formazione di personale turco nelle accademie di guerra e nei reparti d’elite di mezza Italia e, finanche, la “vendita” delle unità navali dismesse.

Dal 17 al 28 giugno scorso, mentre gli strateghi di Erdogan si preparavano a pianificare la massiccia offensiva anti-kurda in Siria, presso la grande base aerea di Konya i reparti di volo degli Stati Uniti d’America, Giordania, Pakistan, Qatar, Turchia e Italia davano vita ad una grande esercitazione aerea, l’Anatolian Eagle 2019, “una delle più complesse  in ambito internazionale” e “un’opportunità importante per lo sviluppo ed il consolidamento di tattiche ed addestramento delle Forze Armate partecipanti, messe alla prova in diversi scenari operativi”, così come riportato dal Ministero della difesa italiano. Ad Anatolian Eagle hanno partecipato i cacciabombardieri AMX del 51° Stormo dell’Aeronautica militare di Istrana (Treviso), “a conferma – aggiunge la Difesa – che l’esercitazione rientra nell’ambito degli appuntamenti addestrativi di rilievo, quale occasione per migliorare l’integrazione tra il proprio personale, e gli  equipaggi di volo di diverse nazioni nella conduzione delle missioni aeree complesse che caratterizzano gli attuali scenari di intervento del potere aereo”.

Continua in: https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2019/10/ministri-generali-e-ammiragli-italiani.html

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The Algerian Hirak: Young people and the non-violent revolution

18.10.2019 – Pressenza London

The Algerian Hirak: Young people and the non-violent revolution
The 2019 Algerian protests, also called Revolution of Smiles or Hirak Movement, began on 16 February 2019, ten days after Abdelaziz Bouteflika announced his candidacy for a fifth presidential term (Image by Rihem jeon – Own work, CC 4.0 Wikipedia)

As foreign commentators predict its end or failure – Algerians march on. But not without the anxiety, worry and deep concern about how best to proceed.

Latefa Guemar , Adel Chiheb,  Jessica Northey  for openDemocracy
18 October 2019
Friday 18 October marks the 35th week of mass demonstrations involving millions of people in cities across Algeria. It follows a week of even larger marches, by students, workers and the general population for democracy, against repression of young people in the protests, against corruption and that an illegitimate parliament is now attempting to debate laws such as the Hydrocarbon Bill.

On the 22 February 2019, Algerians launched one of the most impressive social movements for democracy the world has seen – and one which is largely unreported in the West. Upon the trigger of President Bouteflika’s decision to stand for a fifth mandate, violating the constitution, following Friday prayers, millions of Algerians took to the streets to demonstrate for democracy –breaking a wall of fear against protest.

And they have occupied that space ever since.

Every Friday since that date, millions of Algerians have marched in every city of the country. Every Tuesday millions of students have marched. And every week, concessions and reforms have been made in response.

Bouteflika’s decision triggered the protests, violating the constitutional limits to presidential mandates. However, this came on top of the existing constitutional violation that his ill health presented. Not seen in public since 2013 following a stroke – Bouteflika had been strikingly absent from public life. Article 102 of the Algerian constitution requires an incapacitated president to stand down and be replaced by the Head of the Senate. That the president was in a hospital in Geneva at the time of the decision to stand again, simply reinforced the image of an out of touch and privileged elite who had failed Algerian public services, whilst profiting themselves in Europe. This humiliation was the last straw. It unleashed a phenomenal and impressive movement in Algeria, nothing less than a revolution. And it is one which has taken over every city, every institution, every family and every individual man, woman and child across the country.

Bouteflika stood down in April 2019. Many high-ranking politicians have been tried on corruption charges and imprisoned. Businessmen connected to the elite have been tried. With each demonstration, the Hirak has won concessions from the regime – and they are not giving in until as the rallying cry calls for – Yetnahaw Gaa – all those associated with the regime Must Get Out.

Young people, including millions of students, drive these peaceful demonstrations, with women and families playing an important role. The Hirak seems to have no leaders. It has developed slogans, songs, many taken from the football stadiums where an intelligent and astute political narrative has developed in recent years. It continues in multiple forms from cultural activities in main squares, dialogue and debates on the steps of the national theatre, to collective cleaning up of public spaces. The creative energy, ideas of the young people, women, students, workers – all sectors of society – is its lifeblood.

Until now, the vast majority of the marches have been peaceful. Political arrests of leading opposition leaders, protesters and ordinary individuals, have had no effect in diminishing the creative energy of the marches, nor the ever present eye of an increasingly politically engaged public over all political decisions.

Indeed, this week has seen a massive escalation of the protests in response to what is seen as now an illegitimate government trying to pass new bills in Algeria. Combined with cases of violence against students – the reasons for maintaining the protests are profound ones and Algerians will continue to demonstrate. And they are doing so in beautiful and impressive ways. Marching and chanting together in front of an obsolete parliament, questioning the legitimacy of passing of bills and laws, could never before have been imagined.

Algerians have truly broken the wall of fear. In doing so, they have raised political consciousness and engagement in an overwhelming majority of the population. Most importantly, however, is the question of reconciliation between Algerians, with all sections of society marching and protesting together. These are the beautiful moments of the Hirak – when thousands of people have been vocally challenging detentions, using the “mahraz”, in solidarity with detainees. Or when the Algerian Youth Orchestra took over public space in Jijel and performed to local people. When in Blida, artists have claimed back the square through the cultural Hirak.

As foreign commentators predict its end or failure – Algerians march on. But not without the anxiety, worry and deep concern about how best to proceed. The question remains what next. Can a proposed 12 December election take place if not all members of the Issaba – the bandits as the regime has been renamed – are gone?

Who can stand in these presidential elections, who is completely untied to a regime which infiltrated so much of Algerian life? How to proceed knowing the history of violence which claimed so many Algerian lives in the 1990s?

Whilst challenges are significant, there remains huge hope on the streets of Algeria. There are many reasons to be optimistic about the political future of Algeria. First, Algeria has a highly educated population – the number of universities and the number of students has increased dramatically in the last decades – and these are the heart of debates about reform and development of the country. Second, the Arab Spring in Algeria happened in 1988. Algeria’s democratisation process in 1990 – despite its tragic consequences of the cancelled elections in 1991 and the violence that ensued – left a Constitution which allowed associations and political parties to form. Despite the violence, Algerians have mobilised and organised in their thousands since 1990 in the most difficult of conditions.

The escalation of the Hirak this week by students and their adult supporters, around ongoing demands for democracy, is important. Young people will play a vital role in whatever happens next. All Algerians, but especially universities, associations and journalists who are able to understand these complex dynamics and potential, must play close attention to the next weeks. If they do so, they will be able to contribute positively to supporting, or at the very least to the recognition of, one of the most powerful and promising revolutions in Africa.

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