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Andrea De Lotto: imparare una lingua è un’arma, ma è anche un gesto d’amore

19.11.2018 Anna Polo

Andrea De Lotto: imparare una lingua è un’arma, ma è anche un gesto d’amore

Insegni italiano per stranieri al Centro Provinciale di Istruzione per Adulti (CPIA) di via Colletta, a Milano. Che cosa ti ha spinto a compiere questa scelta?

Ho fatto il maestro elementare per quindici anni e poi ho trascorso un lungo periodo all’estero, prima a Sao Paulo e poi a Barcellona. Prima di partire ho insegnato italiano per stranieri a San Vittore. E’ stata un’esperienza forte e interessante e quando sono tornato, un anno fa, ho deciso di rimanere in questo campo.

Che tipo di persone arrivano ai corsi? 

Sono soprattutto giovani uomini provenienti dai centri di accoglienza, in maggioranza dell’Africa sub-sahariana e donne nordafricane sposate che sono qui da tempo e sentono il bisogno di imparare finalmente l’italiano. Poi ci sono sudamericani e asiatici, provenienti da Pakistan, Sri Lanka, Cina, tutti maggiori di 16 anni e in possesso di un permesso di soggiorno valido o della richiesta di asilo. Ogni tanto arriva qualche europeo. I corsi si svolgono in genere tre volte alla settimana e durano ogni volta due ore e mezzo. Al momento dell’iscrizione facciamo un test per stabilire il grado di conoscenza della lingua di ogni studente. La maggioranza di quelli che si presentano vengono inseriti nei livelli medio-bassi.

I corsi sono gratuiti?

Di fatto sì. Chi può paga 30 euro all’anno. Chi viene da una comunità di minori o da un centro di accoglienza può contare sul loro sostegno finanziario.

I tagli all’accoglienza decisi dal decreto sicurezza potrebbero influire sulla vostra attività?

Sì, anche se in modo indiretto. C’è il rischio concreto che i centri di accoglienza, in seguito ai tagli, non possano più tenere corsi di alfabetizzazione. E questo si ripercuoterebbe su di noi. Se poi molti immigrati si ritroveranno nella condizione di clandestini, non potranno più iscriversi ai nostri corsi. Già ora vediamo gli effetti del calo degli arrivi: l’anno scorso c’erano lunghe lista d’attesa, quest’anno quasi niente.

Che cosa ti proponi con i tuoi studenti, al di là del mero insegnamento della lingua?

Il primo obiettivo è rendere piacevoli le ore passate a scuola, divertirsi insieme mentre si impara. Insisto molto anche sulla motivazione: imparare l’italiano è un’arma che devono avere per difendersi, il primo requisito per trovare lavoro, ma anche un gesto d’amore verso il nuovo mondo dove si arriva cambiando paese. La scuola è anche un momento liberatorio, soprattutto per le donne che così escono di casa e un’occasione di esprimersi, di superare paure e resistenze, di aiutarsi e ascoltarsi a vicenda. Ci mettiamo in gioco, cercando di rompere le rigidità, di superare i blocchi emotivi che tutti ci portiamo dietro. I banchi sono in cerchio e, una volta costruita una relazione, riusciamo ad affrontare anche temi impegnativi, come la religione, gli amori, i rispettivi “usi e costumi”, mettendoli a volte in discussione.

Un esempio interessante in questo senso è stata la gita a Camogli per “fare pace con il mare”

Sì. La maggior parte di loro è arrivata in Italia con i barconi e si porta dietro esperienze drammatiche, di cui parla poco. Per molti di loro il mare è sinonimo del viaggio terribile che hanno fatto e da lì è venuta l’idea di una gita che potesse cambiare quell’immagine.

C’era il problema del Ramadan, che andava da metà maggio a metà giugno e quindi la gita andava organizzata dopo. A quel punto però la scuola era finita e c’erano meno contatti tra di noi. Alla fine abbiamo scelto il 21 giugno, il giorno del solstizio, perché ci sembrava di buon augurio e abbiamo organizzato tutto in modo “informale”, anche per evitare possibili complicazioni burocratiche. Abbiamo affittato un pullman perché il treno era troppo costoso. L’abbiamo pagato facendo cento magliette a batik e vendendole quasi tutte prima del viaggio. Fino all’ultimo non ero sicuro di quanti studenti avrebbero partecipato, non sapevo se l’esperimento avrebbe funzionato e avevo un certo timore che fallisse. Alla fine sono venuti in 30, tutti ragazzi africani, tranne un giovane kossovaro. Erano felici ed emozionati; molti di loro non sapevano nuotare, ma una volta arrivati in spiaggia, a Camogli, ci siamo buttati, a poco a poco, tutti in acqua.

Era un giovedì e quindi non c’era molta gente. In ogni caso io ho spiegato ai villeggianti che quella era la gita di una scuola e io ero il loro insegnante. Credo che questo abbia avuto un effetto rassicurante. Vari bagnanti si sono avvicinati, hanno parlato con i ragazzi e comprato le ultime magliette. Insomma, è stata un’esperienza gioiosa. Ha fatto bene a tutti. Anche all’indispensabile gruppo di amici-volontari che hanno partecipato attivamente.

Ci sono altre iniziative che potrebbero contribuire all’integrazione di chi frequenta i corsi?

Sicuramente. Spiace per esempio vedere che pochi studenti, al di fuori della scuola, hanno occasione di parlare con italiani; in genere rimangono tra loro. Sarebbe bello importare un’esperienza che ho vissuto a Barcellona, quella delle “coppie linguistiche”: qui potrebbero esserci dei volontari, per esempio pensionati con molto tempo libero, che, al margine dell’orario della lezione, facciano conversazione con questi giovani immigrati, in un rapporto uno a uno che facilita la comunicazione e la conoscenza. Certo, bisognerebbe superare difficoltà burocratiche per far entrare queste persone nella scuola e magari fare loro un po’ di formazione, ma credo che questo sarebbe anche un modo in più per arginare l’ondata di razzismo e di paura del diverso che sta dilagando in Italia e non solo. Avvicinarci, conoscerci, riduce pregiudizi e timori che in fondo tutti possiamo avere. E l’italiano si imparerebbe più in fretta.

 

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Genova: incontro di presentazione della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza

18.11.2018 – Genova Mondo Senza Guerre e Senza Violenza

Genova: incontro di presentazione della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza

SABATO 24 NOVEMBRE 2018, ore 11.00, presso il Palazzo Ducale – Sala del Munizioniere in Piazza Matteotti a Genova in occasione di MONDO IN PACE 2018 si svolgerà un incontro pubblico di presentazione della Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza con MARTINE SICARD (Internazionale Seconda Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza-Equipe Coordinamento Mondiale Mondo e senza Guerre e senza Violenza)

Obiettivi della Marcia:

– La proibizione delle armi nucleari. Disarmo proporzionale emla rinuncia, da parte degli Stati, all’uso della guerra per risolvere i conflitti o per appropriarsi delle risorse
– La rifondazione delle Nazioni Unite
– La creazione delle condizioni per un pianeta integralmente sostenibile
– L’integrazione delle regioni e delle aree con i sistemi socioeconomici
– Nessuna discriminazione di alcun tipo: sesso, età, razza, religione, economia, ecc.
– La nonviolenza come nuova cultura e la nonviolenza attiva come nuova metodologia d’azione

Info:
https://marciamondiale.org/

www.the2worldmarch.org

www.facebook.com/MarciaMondiale (diretta video evento)

Info: Stefano Martini (Centro delle Culture), cell. 3387949332 email: centrodelleculturegenova@gmail.com

Luigi Previati (Comitato per la Pace Rachel Corrie), cell. 3338456697 email: luigipreviati@tin.it

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L’assemblea dell’ONU adotta una risoluzione contro la discriminazione della fede bahá’í in Iran

17.11.2018 – New York Redacción Madrid

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

L’assemblea dell’ONU adotta una risoluzione contro la discriminazione della fede bahá’í in Iran

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha fatto appello, su iniziativa del Canada, alle autorità iraniane per porre fine alle violazioni dei diritti umani contro le persone di fede bahá’í in Iran.

La risoluzione, adottata giovedì scorso con 80 voti a favore, 30 contrari e 68 astenuti, esprime “grande preoccupazione per le gravi limitazioni e restrizioni alla libertà di pensiero, coscienza, religione o credo”.

Nella risoluzione, la comunità internazionale cita gli attacchi del governo iraniano ai luoghi sacri e ai cimiteri bahá’í, nonché “altre violazioni dei diritti umani, tra cui molestie, intimidazioni, persecuzioni, arresti arbitrari, negazione dell’accesso all’istruzione e incitamento all’odio che porta alla violenza contro persone appartenenti a minoranze religiose riconosciute o non riconosciute”.

Decine di migliaia di bahá’í hanno vissuto quotidianamente persecuzioni accademiche, economiche e culturali solo per praticare la loro fede. Attualmente, più di 70 bahá’í rimangono imprigionati in Iran per le loro convinzioni.

“La nostra speranza è che questa risoluzione invii un messaggio forte alle autorità iraniane che le continue violazioni contro la comunità bahá’í non passeranno inosservate”, ha detto Bani Dugal, rappresentante  dell’Ufficio della comunità internazionale bahá’í presso le Nazioni Unite. “Qualsiasi forma di discriminazione contro le minoranze religiose per il semplice fatto che esse praticano la loro fede è assolutamente inaccettabile e non è tollerabile”.

La risoluzione chiede inoltre al governo iraniano di rilasciare Afif Naeimi, membro del gruppo  “The Yaran”, che ha appoggiato le richieste spirituali e materiali della comunità iraniana bahá’í. Gli altri sei membri del gruppo sono stati rilasciati nel corso di quest’anno dopo aver scontato pene detentive di 10 anni, che sono state loro assegnate secondo procedure legali che non avevano alcuna somiglianza con un giusto processo.

La lunga storia della persecuzione di stato delle comunità bahá’í iraniane è ben documentata. Il sito web https://iranbahaipersecution.bic.org/ contiene migliaia di documenti ufficiali, relazioni, testimonianze, foto e video che mostrano prove inconfutabili di persecuzione. Il rapporto dell’ottobre 2016 intitolato “The Revised Bahá’í Question: Persecution and Resistance in Iran” descrive anche la sistematica persecuzione dei bahá’í  da parte del governo iraniano.

Informazioni sulla comunità bahá’í

La Fede Bahá’í è una religione con più di sette milioni di seguaci stabiliti in tutti i paesi e territori del mondo. Il suo principio centrale è l’unità dell’umanità, obiettivo per il quale i  bahá’í lavorano nella loro vita quotidiana attraverso diverse attività di servizio alla società. La Bahá’í International Community (BIC) è membro consultivo presso le Nazioni Unite.

Contatti in italiano: https://www.bahai.it/

Traduzione dallo spagnolo di Traduttori Pressenza; info originali della comunità Bahá’í spagnola; adattamento della redazione italiana

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La Questura di Roma vieta la manifestazione GET UP, STAND UP! del 15 dicembre

La Questura di Roma vieta la manifestazione GET UP, STAND UP! del 15 dicembre
(Foto di http://www.gofundme.com/get-up-stand-up-for-your-rights‬)

Un vasto arco di associazioni e movimenti che sta promuovendo la manifestazione  GET UP, STAND UP! per il prossimo 15 dicembre a Roma si è visto negare dalla Questura il diritto a sfilare per le vie cittadine. La manifestazione, indetta per i diritti dei migranti e contro ogni forma di razzismo, per il permesso di soggiorno e la regolarizzazione, contro il caporalato, contro il decreto  Salvini e la politica del nemico pubblico, contro le disuguaglianze sociali, per spese e servizi sociali fuori dal patto di stabilità, per il diritto al reddito minimo, contro ogni forma di sfruttamento, per il diritto alla casa e alla residenza, è stata regolarmente notificata nei tempi e nelle modalità previste dalle legge e la decisione della Questura, che speriamo possa essere rivista, si configura come un autentico atto lesivo dei principi elementari della nostra democrazia.

Il comitato promotore della manifestazione fa appello ad esercitare il massimo della pressione affinché possa essere salvaguardato il diritto costituzionale a manifestare.

Get up, Stand up!  – CISPM – Italia (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo ) –  Movimento  Migranti e Rifugiati (Torino) – Ex OPG “Je So Pazzo” – Associazione Ivoriani e Fratelli di West Africa (Pescara) – Coordination 75 des Sans Papiers (Paris- France)  – AST (Associazione Senegalese Torino) – Associazione ASAHI – Coordinamento Lavoratori agricoli USB – Movimento Profughi Conetta-Cona (Venezia) – Centro Sociale Cantiere – Coordinamento Migranti Toscana Nord – USB – Comitato Solidarietà Migranti (Reggio Calabria) – csc Nuvola Rossa (Villa San Giovanni – RC) – CISPM France (Coalition internationale Sans-papiers, Migrants, Réfugiés et Demandeurs d’asile) –    ASD Atletico Brigante – Scuola d’italiano Oltreconfine – Progetto Diritti Onlus – Movimento Migranti e Rifugiati Lodi – Associazione studenti e lavoratori maliani in Piemonte – Assemblea Antirazzista Antifascista di Vicofaro – Southern Cameroons Ambazionia in Italia (SCAI)  – A.F.A.M ( Associazione Fratelli Africani di Macerata) – Tikur Sound System –  MGA – Sindacato Nazionale Forense – Comitato verità e giustizia per i nuovi desaparecidos – CISPM – Belgio (Coalizione Internazionale Sans-Papiers, Migranti, Rifugiati e Richiedenti asilo ) –   NUDM (Non Una Di Meno) Reggio Calabria –  SOS Rosarno – Cooperativa Sociale Mani e Terra – ARI –  Labdem Sicilia-  Arci Comitato Territoriale di Reggio Calabria – Associazione Dhuumcatu – Associazione dei senegalesi di Roma – Gruppo Consiliare di ‘Firenze riparte a sinistra’  –  Scuola popolare d’italiano “Soumaila Sacko”-  Associazione Lavoratori Marocchini in Italia – Noi Restiamo – Centro sociale “Ex Canapificio” – Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta – Rete dei Numeri Pari 

Ufficio stampa Get up, Stand up!: manifnazionale15dicembre2018@gmail.com

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Presidio di protesta a Livorno il prossimo 12 dicembre contro le navi cariche di armi

15.11.2018 – Livorno/Cecina Redazione Italia

Presidio di protesta a Livorno il prossimo 12 dicembre contro le navi cariche di armi
(Foto di jelpics via Flickr)

La protesta è per la continua movimentazione dei carichi di armi che arrivano o partono via mare, direttamente dal porto di Livorno, quando continua la guerra in Siria e quella nello Yemen si fa catastrofe umanitaria.

Dopo l’arrivo l’8 ottobre nel porto di Livorno della Liberty Pride, è adesso la volta della Liberty Passion, alla quale farà seguito la Liberty Promise.
Si tratta di navi che fanno parte del Maritime Security Program (MSP), un programma congiunto del Dipartimento dei Trasporti e del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per il trasporto di armi via mare.

Intanto sono iniziati i lavori a Camp Darby per rendere più rapida ed efficiente la movimentazione di armi.
Sono marcati con una X di vernice rossa spray i 937 alberi che dovranno essere abbattuti per fare spazio al nuovo tronco ferroviario che dalla Stazione di Tombolo raggiungerà l’Area di Stoccaggio Munizioni all’interno della base, attraversando un nuovo ponte girevole sul canale dei Navicelli.
Sono avviati i lavori per il rifacimento del Tombolo Dock, la banchina interna alla base sul canale dei Navicelli per il carico e lo scarico delle chiatte di collegamento con le navi MSP nell’Area Ancoraggio esplosivi a 30 chilometri a sud di Livorno.
Sono in corso le operazioni di dragaggio del canale dei Navicelli e del canale Scolmatore, è terminato il primo lotto dei lavori della “Foce armata” del canale Scolmatore che assicurerà un fondale di metri 3,5 per la navigazione fino al mare.

Livorno sta facendo dal 1990 la parte della “retrovia” delle guerre americane e corre il rischio di legare a questo triste ruolo il proprio destino, cancellando ogni speranza di rinascita.

Occorre reagire: l’appuntamento è per le ore10,30 in via Grande, angolo via del Giglio, fino alle ore 13.
Sarà diffuso un volantino, saranno raccolte firme, sarà diffusa anche una lettera aperta perché il sindaco Nogarin dopo mesi di silenzio faccia sentire la sua voce. Verranno mobilitati i sindaci e i consigli comunali della Val di Cecina.

L’iniziativa è promossa dalla Rete Civica Livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra e dal Tavolo per la Pace della Val di Cecina.

Prossima riunione della rete civica il 22 novembre alle 21, vedi profilo fb per la sede

Comunicato Stampa
della
Rete Civica Livornese Contro la Nuova Normalità della Guerra e del Tavolo per la Pace della Val di Cecina

https://www.facebook.com/groups/tavoloperlapace/?ref=bookmarks

https://www.facebook.com/Rete-Civica-Livornese-contro-la-Nuova-Normalità-della-Guerra-279033179134699/?ref=bookmarks

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Myanmar: il programma di rimpatri dei Rohingya mette in pericolo migliaia di persone

14.11.2018 Amnesty International

Myanmar: il programma di rimpatri dei Rohingya mette in pericolo migliaia di persone
(Foto di wikipedia)

Amnesty International ha sollecitato le autorità del Bangladesh e di Myanmar a sospendere immediatamente il programma di rimpatri dei rifugiati rohingya nello stato di Rakhine.

Una prima serie di rientri organizzati potrebbe prendere il via già il 15 novembre, in attuazione dell’accordo raggiunto il 30 ottobre tra i due paesi per iniziare i rimpatri di alcuni degli oltre 720.000 rifugiati rohingya fuggiti in Bangladesh dall’agosto 2017.

“Si tratta di un piano sconsiderato che mette vite a rischio. Donne, uomini e bambini verrebbero ricacciati nelle mani delle forze armate di Myanmar, privi di garanzie sulla loro protezione, a vivere fianco a fianco con coloro che bruciarono le loro case e alle cui pallottole scamparono”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale e sudorientale.

Sulla base dell’accordo del 30 ottobre, 485 famiglie rohingya per un totale di 2260 persone sono “valutate” dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) come possibili soggetti dei primi rimpatri.

L’annuncio ha diffuso la paura nei campi che ospitano i rifugiati. Questi non sono stati consultati e non è chiaro se le 2260 persone abbiamo dato il consenso affinché i loro nomi fossero inseriti nella lista dei rimpatriandi.

La settimana scorsa un rohingya ha tentato il suicidio dopo aver appreso che la sua famiglia era stata inclusa nella lista. Altri, temendo di subire lo stesso destino, si sono nascosti o stanno pensando a trasferirsi altrove, via mare, in viaggi che potrebbero essere pericolosi.

“Questa mancanza di trasparenza è allarmante. Una popolazione già traumatizzata dalla campagna di morte dell’esercito di Myanmar è ora terrorizzata da cosa le riserverà il futuro, e dove la porterà”, ha commentato Bequelin.

“Il rimpatrio in questo momento non può avvenire in condizioni di sicurezza né di dignità e costituirebbe una violazione degli obblighi di diritto internazionale del Bangladesh. Nessun governo donatore dovrebbe appoggiare un programma di rimpatri che minaccia la vita e la libertà dei rohingya”, ha sottolineato Bequelin.

Il rimpatrio forzato dei rifugiati viola il principio di “non respingimento”, un divieto assoluto previsto dai trattati internazionali e dal diritto consuetudinario per far sì che una persona non sia fatta tornare in un territorio dove la sua vita potrebbe essere in pericolo o potrebbe subire altre gravi violazioni dei diritti umani.

“Il Bangladesh ha generosamente accolto i rohingya dando loro rifugio. A prescindere da qualsiasi programma di rimpatri, il mondo chiede alle autorità del paese di continuare a tenere aperte le frontiere a coloro che fuggono dai crimini contro l’umanità che vengono tuttora commessi in Myanmar”, ha aggiunto Bequelin.

Il governo del Bangladesh ha dichiarato che acconsentirà al rimpatrio dei soli rifugiati di cui l’Unhcr ha accertato il genuino desiderio di tornare in Myanmar. “Ogni rohingya che abbia espresso tale desiderio ha il diritto di farlo e l’Unhcr ha un ruolo fondamentale nel verificarlo. Ma perché la loro volontà sia autentica, i rohingya necessitano di avere a disposizione delle alternative, tra cui quelle di rimanere in Bangladesh o di essere reinsediati in un paese terzo”, ha commentato Bequelin.

Nello stato di Rakhine, intanto, poco è cambiato per far sì che i rimpatri avvengano in condizioni di dignità e sicurezza. Centinaia di migliaia di rohingya continuano a sottostare a un sistema di apartheid, confinati in squallidi campi e villaggi. Non possono muoversi liberamente e incontrano gravi ostacoli all’accesso alle scuole e agli ospedali. Le forze di sicurezza devono ancora essere chiamate a rispondere delle atrocità commesse nei loro confronti.

“Nello stato di Rakhine, i crimini contro l’umanità vanno ancora avanti. Rimpatriare rifugiati in un luogo in cui i loro diritti saranno regolarmente violati e dove le loro vite saranno costantemente in pericolo è inaccettabile e incomprensibile”, ha sottolineato Bequelin.

Le autorità di Myanmar proseguono a imporre gravi restrizioni all’accesso nel nord dello stato di Rakhine. Solo una manciata di agenzie delle Nazioni Unite e di organizzazioni internazionali è in grado di operare nella zona e i giornalisti indipendenti possono entrarvi solo nell’ambito di visite controllate strettamente da funzionari del governo. “Dal punto di vista dell’informazione, oggi lo stato di Rakhine è un buco nero. Senza un monitoraggio internazionale, sarà estremamente difficile verificare la situazione di chiunque rientrerà nella zona”, ha precisato Bequelin.

“I rohingya che ancora vivono nello stato di Rakhine hanno bisogno urgente di protezione. Se le autorità di Myanmar intendono seriamente creare le condizioni per ritorni sicuri, volontari e in condizioni di dignità, devono permettere agli operatori umanitari e agli osservatori sui diritti umani di avere pieno accesso alla zona”, ha concluso Bequelin.

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Bene lo stop agli incentivi alla geotermia inquinante: il governo vada in fondo con il decreto in discussione

13.11.2018 – Firenze Redazione Italia

Bene lo stop agli incentivi alla geotermia inquinante: il governo vada in fondo con il decreto in discussione

.Si spostino sull’idrogeno gli incentivi, che avvierebbero una grande riconversione dell’energia in Toscana e in Italia.

Finalmente il governo ha escluso la geotermia dagli enormi incentivi di cui ha goduto finora: speriamo che l’iter di approvazione vada avanti e si concluda così, nonostante la canea scatenata da Rossi e dai sindaci dei comuni geotermici toscani. Questi amministratori hanno sempre ignorato le evidenze epidemiologiche sulla salute delle popolazioni coinvolte nella geotermia. Rossi in particolare ha ispirato ed approvato un Piano regionale per la qualità dell’aria che non cita neanche la geotermia, che al contrario è uno dei fattori principali di emissioni inquinanti in Toscana. Rossi e i sindaci fanno poi del terrorismo sui disastri occupazionali che si produrrebbero con lo stop agli incentivi, confermando quanto pensiamo e denunciamo da anni: la geotermia toscana è tenuta in piedi prevalentemente dagli incentivi , e non da una sua intrinseca utilità sociale.

Alla canea degli amministratori sull’occupazione, occorre rispondere non solo che è doveroso lo stop agli incentivi della produzione di energia più inquinante e non rinnovabile, che è la geotermia,ma anche che occorre lanciare con coraggio e determinazione la filiera dell’idrogeno in Toscana, che ha le competenze e gli spazi fisici (Piombino, Rosignano e Livorno, per citarne alcuni) per accogliere questa filiera, che è già praticabile con le conoscenze di oggi. E su questa dirottare gli incentivi finora destinati alla geotermia: produrre idrogeno con fonti rinnovabili (fotovoltaico ed eolico), immagazzinarlo ed usarlo all’occorrenza. Con questa riconversione si potrebbe, non solo garantire occupazione, ma anche in breve prospettiva togliere gli incentivi anche alle centrali a gas metano (il grosso dell’energia elettrica generata in Toscana), che una “manina” aggiunse abusivamente alle energie rinnovabili, quindi ottenere anche un risparmio sulle bollette dei cittadini, migliorare molto le prestazioni ambientali, e porre la Toscana come polo d’avanguardia in tutta Europa.

Al decreto governativo quindi si aggiunga questa riconversione all’idrogeno, che oltretutto renderebbe inutili la TAP e i rigassificatori, a loro volta grandi divoratori di incentivi pubblici.

11.11.18

Medicina democratica

Comitato Difensori della Toscana

 

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Rete Disarmo: confronto aperto e positiva interlocuzione istituzionale con la Ministro della Difesa Elisabetta Trenta

12.11.2018 Rete Italiana per il Disarmo

Rete Disarmo: confronto aperto e positiva interlocuzione istituzionale con la Ministro della Difesa Elisabetta Trenta
(Foto di Rete Disarmo)

Oltre un’ora di scambio di valutazioni e proposte sui temi di competenza della RID, che ritiene positiva l’attenzione dimostrata dal Dicastero di via XX Settembre alle istanze della società civile italiana su disarmo, spese militari e controllo degli armamenti.

Questo pomeriggio una Delegazione della Rete italiana per il Disarmo si è incontrata a Roma con la Ministro della Difesa Elisabetta Trenta. In oltre un’ora di confronto aperto e concreto si sono affrontati e discussi, pur nella diversità dei ruoli e delle prospettive, i diversi temi che sono oggetto delle azioni e delle campagne della Rete e di tutte le sue organizzazioni aderenti.

In particolare gli esponenti di RID hanno sottolineato la necessità di mettere fine alle irresponsabili e problematiche esportazioni italiane di armamenti, prime fra tutte quelle dirette alla Coalizione a guida Saudita che sta intervenendo militarmente nel conflitto sanguinoso in Yemen. Una decisione che sarebbe necessaria non solo da un punto di vista della protezione dei civili yemeniti e per poter avviare un intervento umanitario e di di pacificazione della regione, ma anche per evitare problemi alla nostra stessa sicurezza. Continuare infatti, come nel recente passato, a rilasciare autorizzazioni all’esportazione di armamenti solo sulla base di motivazioni legate al sostegno dei produttori di armi è controproducente per il nostro Paese e non rispondente anche allo stesso mandato del Ministero della Difesa che non può essere considerato un mero “mediatore di affari” armati.
Simili considerazioni sono state fatta anche per quanto riguarda le spese militari e le spese per l’acquisto di nuovi armamenti. È evidente che le prospettive di Rete per il disarmo (che propone una riduzione complessiva dell’investimento militare con spostamento di fondi ad altre linee di spesa pubblica) siano diverse da quelle del Ministero della Difesa, ma ciononostante si è richiamata la necessità di – quantomeno e come primo passo – ridurre le spese per armamenti a quelle che sono le vere richieste operative delle Forze Armate. Riteniamo siano infatti inutili e controproducenti, anche per la “mission militare”, continuare ad impegnare ingenti fondi in programmi di armamento sovradimensionati e funzionali solo a sostenere l’industria militare e un successivo export. La Ministro Elisabetta Trenta ha correttamente sottolineato come non sia semplice rimodulare o addirittura cancellare programmi di acquisizione che hanno valenza e respiro pluriennale, ma Rete Disarmo ritiene che siano ormai maturi i tempi per un cambio di direzione e per scelte coraggiose (altrimenti le situazioni non cambieranno mai, trascinandosi per inerzia).

La Delegazione di Rete Disarmo ha poi ricordato la Proposta di Legge per una difesa civile non armata e nonviolenta promossa dalle sei reti della pace e del servizio civile nella scorsa legislatura con una raccolta di firme di iniziativa popolare che ha superato le 50.000 adesioni ed è poi stata trasformata in una Legge di iniziativa parlamentare incardinata nelle Commissioni I e IV della Camera. Obiettivo di questa proposta, che prevede l’istituzione di un Dipartimento apposito, è andare a colmare il vuoto istituzionale attualmente presente a riguardo degli interventi nella prevenzione e gestione dei conflitti senza strumenti militari. Diverse esperienze sono già in corso in altri Paesi ed è inoltre già attiva una sperimentazione di Corpi Civili di Pace incardinati nella struttura del servizio civile. Si è dunque sottolineata l’opportunità di andare a integrare il sistema di difesa nazionale con un istituto di questo genere, in accordo anche con quanto prevede la Costituzione italiana (che non opera alcuna equivalenza stretta tra Difesa e Forze armate).
Infine gli esponenti RID hanno sottolineato la problematicità, anche in termini di sicurezza del Paese, della presenza di ordigni nucleari sul territorio italiano ancora una volta ribadendo l’invito al Governo di intraprendere i passi necessari verso l’adesione al Trattato di messa bando delle armi nucleari votato a grande maggioranza all’ONU nel 2017. Alla Ministro Elisabetta Trenta sono state consegnate alcune delle 31.000 cartoline raccolte in occasione del primo anniversario di voto del Trattato dalla campagna “Italia ripensaci”, promossa da Senzatomica e Rete Disarmo, come testimonianza del della volontà della maggioranza degli italiani di un mondo senza armi nucleari (oltre il 70% secondo un sondaggio ad hoc promosso dalla campagna internazionale ICAN premio nobel per la Pace 2017).
La RID, con questa consegna, ha domandato alla Ministro di farsi portatrice della richiesta anche nei confronti della Presidenza del Consiglio dei ministri, a cui le cartoline erano indirizzate e che finora non ha risposto alle sollecitazioni della Campagna. Ancora una volta sì sottolineato come la necessità di costruire un mondo libro delle armi nucleari derivi dall’aspetto umanitario di impossibilità di gestire armamenti così distruttivi. Proprio perché attualmente ospita sul proprio territorio ordigni nucleari statunitensi l’Italia dovrebbe e potrebbe avere l’occasione e il coraggio di un’iniziativa forte che possa – con una serie di passi concreti a partire dall’assistenza alle vittime – trasformare gli equilibri del terrore in equilibri di coesistenza internazionale che non si basi su armi di distruzione di massa.

La Ministro Trenta ha ascoltato con attenzione le proposte e le sollecitazioni della delegazione della Rete Italiana per il Disarmo dando riscontro con le posizioni politiche ed istituzionali del proprio Dicastero, e ripromettendosi di continuare un proficuo confronto anche in futuro. La Rete Italiana per il Disarmo, nel ringraziare per il tempo e la qualità di attenzione concessi, si augura che ciò possa concretamente avvenire sia su tutte le tematiche discusse oggi e sia sulle campagne che verranno portate avanti anche nei prossimi mesi. Come RID sottolinea fin dalla sua fondazione riteniamo il confronto istituzionale basilare per qualsiasi trasformazione positiva della nostra società e ci aspettiamo quindi una seria e approfondita valutazione delle nostre proposte, già avanzate nella sostanza a tutti i gruppi politici anche durante il periodo di campagna elettorale.

La delegazione di Rete Disarmo oggi era composta da Lisa Clark (Vicepresidente “Beati i Costruttori di Pace” e co-presidente dell’International Peace Bureau Premio Nobel per la Pace 1910), Martina Pignatti Morano (Responsabile progetti di Peacebuilding per “Un ponte per”), Maurizio Simoncelli (Vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo) e Francesco Vignarca (Coordinatore nazionale della Rete Italiana per il Disarmo).

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Striscia di Gaza. Commando israeliano compie azione terrorista

12.11.2018 – Gaza Patrizia Cecconi

Striscia di Gaza. Commando israeliano compie azione terrorista
(Foto di Avvenire)

“Cessate il fuoco” sembra un ritornello amaramente beffardo da queste parti.  Ancora ieri sera, 11 novembre, Israele ha mostrato che non è sua intenzione stare ai patti nonostante la mediazione egiziana e i compromessi accomodanti col Qatar.

Come confermato anche dal portavoce dell’IDF (l’esercito di occupazione israeliano), un’auto civile con un commando di soldati e ufficiali in abiti borghesi è entrato nella Striscia assediata per compiere un’azione di stampo terroristico definita dall’IDF “attività operativa” finalizzata all’immediata uccisione del vice comandante delle brigate Ezz al Din al Qassam, Nur Barake.

Ma gli israeliani del commando, alcuni pare vestissero abiti femminili palestinesi per portare a compimento la loro missione di morte, hanno incontrato la resistenza di militanti di Hamas i quali, nonostante la sorpresa, hanno reagito e nello scontro a fuoco che ne è scaturito è stato ucciso un tenente colonnello israeliano facente parte del commando, un altro israeliano è stato ferito e altri tre palestinesi sono stati uccisi prima che l’aviazione israeliana entrasse in azione lanciando circa 40 missili sulle postazioni palestinesi e portando a sette il numero complessivo dei morti di cui quattro militari che non stavano esercitando alcun ufficio militare durante l’aggressione e tre civili.

All’azione, che ha innescato ovvie reazioni da parte gazawa – reazioni misurabili in 17 missili qassam alcuni dei quali intercettati dall’iron dome e gli altri capaci di provocare grande paura e fughe nei bunker della zona in cui sono caduti – la reazione pubblica da parte israeliana è quanto meno sconcertante. Ignorando totalmente la causa, ovvero l’azione oggettivamente di stampo terroristico del commando israeliano, il presidente Rivlin ha dichiarato di essere “stordito e addolorato per la perdita dell’ufficiale dell’IDF ucciso stasera.” Ed ha aggiunto “ Prego, insieme a tutti i cittadini israeliani, per la salute dell’ufficiale ferito“.

Dal canto loro Lieberman e Bennet, i falchi di estrema destra che non perdono occasione per invitare alla “soluzione finale” della causa palestinese, hanno fatto a gara nel tessere lodi all’assassino a sua volta ucciso dal fuoco palestinese arrivando a dichiarare (Bennett) che “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Il primo ministro Netanyahu, solo poche ore prima, durante il forum sulla pace a Parigi aveva dichiarato che “per Gaza non ci sono opzioni politiche” paragonando inoltre, assurdamente, Gaza all’Isis e anticipando in tal modo il suo consenso all’azione terroristica o, per usare la formula di cortesia che la Tv italiana riserva a Israele, la “missione dell’intelligence”.

Avvertito di quanto successo, il premier israeliano ha lasciato Parigi per mostrarsi vicino al suo popolo e al suo esercito, cioè quello che ha organizzato – certo non autonomamente – la sanguinosa spedizione costata la vita ad almeno sette palestinesi e un israeliano.

Lo stesso Netanyahu, che a Parigi aveva escluso opzioni politiche, pochi giorni prima aveva dichiarato di voler evitare una nuova aggressione massiccia e di auspicare un cessate il fuoco durevole. Come si conciliano quindi queste due posizioni contraddittorie? Cosa c’è dietro quest’azione che, seppur fosse andata come previsto dall’intelligence  israeliana non avrebbe certo lasciato la resistenza gazawa immobile a piangere le sue vittime?

E’ lecito pensare che l’accoglienza inaspettatamente negativa fatta all’ambasciatore del Qatar, dopo che Israele aveva graziosamente consentito l’entrata di denaro per ammorbidire  la resistenza gazawa possa aver avuto il suo peso nella decisione di quest’azione terroristica di cui non si vedeva la necessità politica. O forse, come ipotizza qualche osservatore locale, Netanyahu ha bisogno di distrarre l’opinione pubblica israeliana dai suoi capi di imputazione per corruzione e frode e Gaza è il miglior espediente per richiamare lo spirito nazionalista a far quadrato mettendo all’angolo i guai giudiziari che potrebbero farlo affondare.

Intanto oggi la calma sembra essere tornata, i palestinesi contano i danni delle case distrutte e piangono i loro morti, mentre gli israeliani si stringono intorno al premier e alla destra estrema che onora come eroe nazionale il tenente colonnello che, mascheratosi da palestinese, è andato per uccidere ed è rimasto ucciso. Ma Fawzi Barhoum, portavoce di Hamas, ha dichiarato che la “vigliacca aggressione israeliana” avrà la sua risposta e che “la resistenza palestinese è pronta a svolgere il suo dovere” e il portavoce della Jihad ha ribadito lo stesso concetto.

Mentre scriviamo arriva notizia di un attacco di artiglieria israeliano sulla striscia settentrionale di Gaza, vicino a una postazione di Hamas. Chiariamo ai nostri lettori che anche gli uffici ministeriali sono considerati postazioni di Hamas.

A questo punto sembra chiaro che si stia provocando la risposta promessa da Hamas e dalla Jihad, e la domanda alla quale non abbiamo ancora risposta certa si riaffaccia: perché proprio ora, mentre si cercava di raggiungere un cessate il fuoco duraturo? A favore, o forse a danno di chi questa ripresa delle ostilità?

A questo punto a poco serve la mediazione egiziana, tornata in gioco intensificando i suoi sforzi per un cessate il fuoco che, ormai è ampiamente prevedibile, durerà fino a che Israele non avrà bisogno di interromperlo ripetendo un gioco chiamato sicurezza che si ripeterà tristemente all’infinito a meno che l’ONU non entri davvero in campo e i paesi complici di questa mattanza, accompagnata da assoluta illegalità, non diano a Israele un segnale di stop. Al momento segnali di questo tipo non se ne vedono.

Arriva in questo esatto momento la notizia che la resistenza gazawa ha risposto al bombardamento israeliano di poco fa. Un enorme lancio di razzi lanciato su Israele da Gaza. E’ stato colpito un autobus e ferito gravemente un giovane israeliano.

Forse Israele vuole davvero la guerra e da Gaza rispondono come sanno e come possono.

Se una nuova aggressione massiccia come Margine protettivo o Piombo fuso ci sarà, Gaza pagherà il prezzo più alto ma questa scelta non farà bene neanche agli israeliani.

Chiudiamo al momento ricordando le parole del ministro di orientamento fascista Naftali Bennett, che sembrano in questo momento ancora più assurde di poco fa “grazie a eroi come questi, possiamo tutti vivere qui sani e salvi“.

Per il momento dalla Palestina è tutto.

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Migliaia di persone manifestano a Roma contro il decreto Salvini

10.11.2018 – Roma Redazione Italia

Migliaia di persone manifestano a Roma contro il decreto Salvini
(Foto di Yasha Maccanico)

Grande partecipazione alla manifestazione nazionale contro il decreto Salvini e il razzismo organizzata dalla rete #Indivisibili, nonostante numerosi pulmann in arrivo da tutta Italia siano stati fermati e i passeggeri perquisiti e schedati.  Accoglienza, solidarietà, no al razzismo e al fascismo, no ai respingimenti e alle espulsioni, no alla violenza sulle donne e a ogni tipo di discriminazione; il rifiuto delle misure del governo in materia di immigrazione si unisce alla denuncia del disegno di legge Pillon al centro della mobilitazione del movimento Non una di meno.

Tra i partecipanti studenti, Ong, associazioni di volontariato, sindacati, partiti e centri sociali. Uno spirito aperto e solidale sintetizzato dalle parole di Mimmo Lucano: “C’è tanta emozione perché ci sono tante persone, non immaginavo fosse così. Riace non si arresta, io mi considero uno dei tanti qua. Non possiamo rassegnarci alla deriva della società verso barbarie, disuguaglianze e discriminazioni. Non ci piegheranno, non farò un passo indietro e anche se non sono più sindaco ci sarà sempre la voglia di esserci. Rifarei tutto quello che ho fatto. Oggi mi sento uno di voi. Una folla immensa che chiede umanità. E’ giusto essere qui oggi. Sono sicuro che esiste un’umanità differente dal clima di barbarie e disumanità che oggi c’è in Italia” ha concluso Lucano.

Foto di Guido Viale

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