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Gaza, tra negoziati e fucilazioni

18.08.2018 Patrizia Cecconi

Gaza, tra negoziati e fucilazioni
(Foto di Patrizia Cecconi)

A Gaza non si ferma la Grande Marcia per il Ritorno, nonostante Israele continui a schierare i suoi tiratori scelti i quali seguitano a dar prova della loro perizia sparando su manifestanti inermi. Il tema di questo venerdì, mentre le delegazioni palestinesi al Cairo stanno discutendo di possibile tregua con la mediazione dell’Egitto, era “Ribelli per Al Aqsa e Al Quds”, vale a dire la rivendicazione della spianata delle moschee e di Gerusalemme est, città  sacra oltre che luogo culturalmente identitario per i palestinesi tutti, cristiani e musulmani.

Il portavoce del Movimento di Resistenza Popolare organizzatore della grande marcia, Khaled Al Azbout, facente parte della delegazione al Cairo, ha pubblicato un comunicato stampa nel quale dichiara che ciò che viene richiesto nei negoziati per la tregua non è un favore ma il riconoscimento e, quindi , l’applicazione dei diritti violati che i palestinesi di Gaza seguitano a rivendicare. Ha anche dichiarato che la riconciliazione tra le due più importanti fazioni che al momento dividono la Palestina facendo in tal modo il gioco di Israele, è argomento fondamentale e irrinunciabile, sebbene l’urgenza trattata nel primo round di consultazioni riguardi la Striscia di Gaza per via delle condizioni di crisi in cui è stata fatta precipitare dall’assedio illegale e ultra decennale di Israele.

Ma Israele opera contro la riconciliazione favorendo il solco che divide Hamas da Fatah. Inoltre i falchi israeliani, tra i quali si può annoverare anche l’ex ministro degli esteri ed ex agente del Mossad, signora Zipni Livni, resa celebre per la sua spietatezza rispetto ai crimini perpetrati durante il massacro di “piombo fuso”, non vedono di buon occhio una tregua, a meno che non sia una totale capitolazione palestinese, accettata in cambio di un miglioramento delle condizioni di vita nella Striscia di Gaza.

Ma mentre al Cairo si discute, a Gaza si seguita a morire. Al momento si contano due martiri che, come abbiamo scritto altre volte, sono cosa ben diversa dall’essere semplici vittime e, come dice l’etimologia del termine, sono realmente testimoni di questa disperata resistenza che chiede solo il rispetto del Diritto internazionale da parte di Israele. I feriti sono 270, tra questi 19 sono minori e 9 paramedici. Forse nei prossimi giorni, vuoi per il tipo di ferite, vuoi per il collasso degli ospedali gazawi, abbiamo ragione di temere che qualcuno di loro non riuscirà a guarire, aumentando il numero dei martiri e aumentando, al contempo, la determinazione a resistere da parte di quelle migliaia di gazawi che sani o feriti, con grucce o sedie a rotelle, con carretti, automobili, pullman o motociclette, seguiteranno a recarsi al border con una tenacia che sembra la personificazione della poesia di Tawfik Zyad nel verso che fa “Noi resteremo qui, sulla nostra terra, immobili come pietra sui vostri petti”.

Tornando ai negoziati, essi dovrebbero concludersi entro la festa del sacrificio, l’Eid al Adha, festa estremamente importante per i palestinesi musulmani, che cade il prossimo martedì 21 agosto. La protesta di oggi era messa in conto e forse anche i martiri. I negoziati vanno avanti, mentre il mondo è distratto.

Vuoi dalle vacanze, vuoi da altre tragedie e mentre Israele seguita a uccidere manifestanti inermi, i pochi media mainstream che ne danno conto attribuiscono al lancio degli aquiloni con la coda fiammeggiante la causa di quegli assassini. Basterebbe un minimo di onestà intellettuale per tacere, e ne servirebbe un po’ di più, non tanta, solo un po’ di più  per dire che ognuno usa le armi che ha. Israele ha di tutto e per questo può imporsi contro il Diritto internazionale, i gazawi della grande marcia hanno carta per gli aquiloni, abilità per farli, e poche gocce di benzina per renderli un fastidioso segnale di resistenza e di rivendicazione dei propri diritti. Questa è la verità ed è dimostrabile, pertanto dirlo non sarebbe difficile, ma quel pizzico di onestà intellettuale necessaria a farlo sembra una merce assolutamente rara.

Quando invece entra in campo la resistenza armata, che è assolutamente esterna  alla grande marcia, allora vengono usati i missili Qassam, quelli con i quali Gaza risponde ai missili lanciati dai droni o dagli F-35 israeliani e che, al contrario di questi ultimi, spaventano molto, ma difficilmente fanno danni e ancor più difficilmente vittime.

Sempre per lo stesso principio che vede ognuno usare le armi che ha, Israele uccide e distrugge case, scuole, centri culturali, caserme, fabbriche e, ultimamente, anche misere fattorie sterminando decine e decine di pecore e caprette colpevoli solo di essere nate a Gaza. E la resistenza armata gazawa forse sarebbe capace di fare altrettanto se avesse le stesse armi. Non lo sappiamo, ma per fortuna non le ha.

Eppure i grandi media, sempre incredibilmente benevolenti verso lo Stato Ebraico riescono, con un’abilità che ricorda il gioco delle tre carte delle fiere di paese, a invertire i termini mostrando all’opinione pubblica un Israele sotto attacco e una Gaza attaccante. La falsificazione continua e l’opinione pubblica viene lasciata nella sua ignorante buonafede grazie al silenzio o alla manipolane dell’informazione.

I dati numerici sarebbero in grado di smentire menzogne e manipolazioni, ma i numeri sono qualcosa di troppo asettico per fare breccia nell’opinione pubblica! E così lo stillicidio di vite continua, portando con sé anche il sempre più malandato Diritto internazionale ferito dall’inerzia di chi dovrebbe impugnarlo.

I martiri di oggi avevano 26 e 30 anni. Il fumo nero del caucciù bruciato non li ha protetti. I cecchini li hanno uccisi mente manifestavano, l’uno al border di Rafah e l’altro più a nord, al border di Al Bureji. Si chiamavano Karim Abu Fatayer e Saadi Akram Abu Muammar. Mentre si faranno i loro funerali e il popolo gazawo li onorerà per il loro sacrificio, al Cairo si porteranno avanti i negoziati per raggiungere la tregua, ma manca una parte. Si parla di tregua Israele-Hamas, quindi manca una parte e una parte importante.

Forse la tregua non sarà troppo lontana, ma senza la riconciliazione Fatah – Hamas, sarà forse più utile a Israele che al popolo palestinese considerato nel suo insieme. Questo Israele lo sa bene, in fondo il divide et impera dei latini è una strategia che ha sempre mostrato la sua efficacia. Abu Mazen si è già espresso in proposito ed è comprensibilmente furioso, ma invece di scagliarsi contro Israele minaccia Gaza. Minaccia di bloccare la somma inviata ogni mese invitando i gazawi ad ottenerla dai loro protettori. E probabilmente Israele gongola, Netanyahu ghigna e i falchi brindano. E mentre noi scriviamo di Gaza, le forze di occupazione stanno attaccando i fedeli palestinesi nella moschea di Al Aqsa a Gerusalemme.

Non c’è pace in Palestina, e non ci sarà finché ad Israele verrà consentito di calpestare il Diritto internazionale e finché i leader politici della Palestina, tutti, non riusciranno ad avere una strategia politica comune che identifichi chiaramente il nemico primo e unifichi le loro coraggiose ma non sempre efficaci battaglie.

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Cosima Kern: Religion and the belief system are the main challenges of implementing Basic Income in Germany

16.08.2018 – Lisbon, Portugal Amanda Boucault

Cosima Kern: Religion and the belief system are the main challenges of implementing Basic Income in Germany
(Image by Álvaro Orús)
Cosima Kern is Vice-chair of Germany’s Basic Income Alliance “Bündnis Grundeinkommen”, founded in 2016. The party’s aim is to get established political parties talking about the Basic Income. “We are seeing that many people are interested in Basic Income, more than half of the German population are in favour, but politicians don’t like to address the topic at all which we think is quite wrong because they are the representatives of the state,” commented Cosima in the interview granted for the documentary UBI, Our right to live.
Vídeo Álvaro Orús and Mayte Quintanilla

As a political party, BGE don’t support one model specifically, but have the goal to show society and politicians that it is affordable in Germany as, according to her, there is a lot of spending on the current welfare system. “What we think is the valid way to implement Basic Income is to first talk about whether the majority of the people and politicians want it, and then decide which model is the best for Germany to implement.”

For Cosima, the main challenge is people’s belief system because as we grow up we are taught that we have to work to get money. And especially in Germany, because of the protestant religion and its principle that you are only allowed to eat if you work. “It’s going to take some time and space and thinking to figure it out and shift to understanding the idea,” she believes.

In the interview, Cosima points out the combination of things that inspire her with Basic Income: it could actually be a tool to eradicate poverty one day, hopefully worldwide; the fact that it could solve challenges of the future regarding automatization, digitalization and robots taking over jobs; and also the health, psychological and emotional reasons, because if you secure every person’s life and give them money for food, water and shelter, then all of us would evolve positively in dramatic ways and fulfill our potentials.